domenica 14 gennaio 2018

JUANA DE IBARBOUROU: UN DIAMANTE SOLITARIO

La sua bellezza intensa e misteriosa, caratterizzata da eleganza e classe soffuse di malinconia, il suo vivere, nonostante i successi ed i riconoscimenti letterari, una vita segreta ed appartata, rendono Juana de Ibarbourou, all’anagrafe Juana Fernandez Morales, una delle scrittrici uruguaiane più affascinanti ed interessanti del suo paese.

Nasce l’8 marzo del 1892 a Melo, una città che dista solo sessanta chilometri dalla frontiera brasiliana, al cui ricordo rimane molto legata per tutta la vita, evocandola nelle sue memorie come un Eden perduto di felicità e d’innocenza.
Suo padre, Vicente Fernandez, di origini spagnole, le trasmette fin da bambina un profondo amore per la sua terra d’origine, la Galizia, sua madre, Valentina Morales, appartiene ad una delle famiglie spagnole più antiche dell’Uruguay.
Il padre non è un marito fedele e dedito alla famiglia, si è costruito una vita parallela insieme ad un’altra donna con la quale ha dei figli.
Juana vive nella sua città d’origine fino ai diciotto anni, ed è lì che inizia a scrivere, poi si trasferisce a Montevideo e a vent’anni si sposa col capitano Lucas Ibarbourou, dal quale ha un figlio, Julius Caesar.
I riconoscimenti letterari più significativi le arrivano prima dei trent’anni.
E’ definita dalla critica letteraria la Juana de America e il 10 agosto 1929 riceve nel palazzo legislativo di Montevideo un anello d’oro, per celebrare le sue simboliche nozze con l’America.
Scrive nel 1918 una raccolta di versi “Las lenguas de diamante”, nel 1920 un’opera in prosa “El cantaro fresco”, nel 1944 un’ autobiografia intitolata “Chico Carlo” poi, nel 1945 un’opera teatrale “Lo suenos de Natacha”.
Sia i suoi versi che la sua prosa sono permeati da un diffuso erotismo, da un grande amore per la vita e la natura, attraversati da una profonda sensibilità. 
Juana è affascinata dal paesaggio, dalla storia e dai miti del continente americano.
Nella raccolta poetica “La rosa de los vientos” del 1930, si avvicina all’avanguardia surrealista, mentre in altre opere successive traspare la ricerca di una profonda spiritualità.
Nel 1950 viene eletta presidente della Societad Uruguayana de los Escritores, riceve vari premi in Uruguay e in Spagna e viene candidata per il Premio Nobel.

Juana de Ibarbourou è una donna bellissima, desiderata ed ammirata, apprezzata e riconosciuta per il suo talento creativo, ricca e famosa, eppure, nonostante tutti i doni che la sorte le ha elargito, non è una persona felice. I successi letterari l’hanno allontanata dal marito e dal figlio coi quali ha un rapporto contrastato. Finisce per ritirarsi sempre di più in se stessa, scrive ininterrottamente di notte, dorme di giorno, ricorre all’uso di morfina per placare la sua inquietudine, fino ad intossicarsi e a diventarne dipendente. Il marito muore, il figlio dilapida il patrimonio familiare, lei si rinchiude sempre di più in se stessa e trova l’amore in un medico argentino, Eduardo de Robertis, un uomo sposato con figli, molto più giovane di lei. Trascorre anni inquieti, caratterizzati da una profonda instabilità, ma la poesia è per lei un conforto ed un sostegno anche nei momenti più travagliati.
Nei suoi versi, intensi ed appassionati, trionfano sempre l’amore per la vita, per la natura, per il suo uomo.
Indomita nella sua solitaria intensità, sempre risplendente di una bellezza imperitura, Juana de Ibarbourou si spegne nel 1987, a Montevideo, all’età di ottantasette anni, dopo una lunga vita attraversata da tempeste, ma illuminata dall’amore per la bellezza e la poesia.


Como una sola flor desesperada

Lo quiero con la sangre, con el hueso,
con el ojo que mira y el aliento,
con la frente que inclina el pensamiento,
con este corazón caliente y preso,

y con el sueño fatalmente obseso
de este amor que me copa el sentimiento,
desde la breve risa hasta el lamento,
desde la herida bruja hasta su beso.

Mi vida es de tu vida tributaria,
ya te parezca tumulto, o solitaria,
como una sola flor desesperada.

Depende de él como del leño duro
la orquídea, o cual la hiedra sobre el muro,
que solo en él respira levantada.


Lucia Guidorizzi