mercoledì 14 ottobre 2015

Recensione al libro di Zingonia Zingone "I naufragi del deserto" (Edizioni della Meridiana, Firenze 2015) di Lucia Guidorizzi

Le rose dell’arsura
Un libro nuovo, diverso, misterioso ed oracolare “I naufragi del deserto” (Edizioni della Meridiana, Firenze 2015), questo di Zingonia Zingone che sboccia sotto forma di racconto poetico diramandosi in tre vicende che come tre ouadi serpeggiano nel deserto del vivere.
E come tre ouadi portano il contrassegno del paradossale: il naufragio può avvenire proprio lì dove la terra è più riarsa. Questo splendido titolo porta in sé profonde valenze evocative e non ultima richiama alla memoria la vicenda umana e poetica di Isabelle Eberhardt, coraggiosa ed intraprendente viaggiatrice che appunto venne travolta dalla furia improvvisa di uno ouadi ed annegò in pieno deserto algerino.
Le poesie di questo prezioso libro sono divise in tre sezioni, “L’oracolo della rosa”, “Le campane della memoria” e “Fiume nascosto”.
In ognuna di queste sezioni compare un personaggio-emblema contraddistinto dal marchio della sete e della mancanza: Khalil, che per alcuni aspetti ricorda il principe figlio di re del poemetto gnostico dello Pseudotommaso “Il Canto della Perla”, nel quale il giovane protagonista si perde inseguendo vanamente amori terreni, prima di ricordare la sua ascendenza divina, Soraya, fanciulla innocente e violata, che si prostituisce per vivere e che verrà accolta e riconosciuta solo dallo sguardo di un cieco e Basim, un fanciullo che incarna una sorta di Telemaco mediorientale, il quale, affabulando  la figura del Padre lontano e sconosciuto, si costruisce una leggendaria genealogia, facendo risalire le sue origini ai Mari del Sud ed identificandosi in una specie di pirata-avventuriero caraibico.
Zingonia Zingone, come la Sharazade delle Mille e una notte, ci introduce con versi riverberanti di Luce ed Ombra, allusivi e profetici, in questo Reame fuori dal tempo e dallo spazio, scegliendo come guida il grande poeta mistico Omar Khayam, le cui parole aprono ogni sezione del libro.
Ognuna di queste sezioni costituisce una sorta di stazione dell’Anima che agogna ad un ricongiungimento e ad una pienezza che le sono negati.
Dice Zingonia Zingone ne L’oracolo della rosa: “Nel feudo dell’amarezza/e le sue anguste strade/Khalil è incoronato re.”
Poiché essere re di questo mondo porta come insegna la sete inappagata di un impossibile un ricongiungimento con l’assoluto come ogni amore reca la cifra dell’inattingibilità.
Perciò la Donna che Khalil insegue nei corpi di altre donne altro non è che il fantasma del suo stesso desiderio.
“Ha paura di perdersi/perdendola/Cerca di avvicinarsi, ma qualcosa lo trattiene.”
Ritrovare la perduta unità è il senso del viaggio, ma la si può conseguire solo accettando di perdere se stessi.
“Si unisce allo stelo, consegna/la sua linfa, libero. Nutre/con tutta la sua esistenza la sua/bianca rosa.”
Ne “Le campane della memoria” Zingonia ci presenta Soraya, ardente figura di prostituta fanciulla  che porta il peso di una sorte avversa:
“Soraya ha occhi di carbone/il suo corpo fino porta/il peso di un’infanzia/sporcata dal destino.”
Come in una fiaba tragica, Soraya è oggetto del desiderio carnale paterno e nella sua condizione di bimba abusata finisce per vendersi a tutti coloro che la desiderano:
“Soraya vende il suo corpo, compra/allegria. Vende allegria, compra/oblio. Si libera dal presente,/inchiodandosi alla croce della lussuria,/martire del piacere e della vertigine.”
Solo un cieco riuscirà a vederla, riconoscerà la sua bellezza, saprà amarla nel modo giusto, restituendole la sua innocenza.
“Siediti Soraya, qui/accanto a me; vestimi della tua presenza,/narrami il mondo del tuo mondo,/aprimi un orizzonte….”
Il trittico si conclude con la sezione “Fiume nascosto”. Qui il protagonista è Basim, bambino che vive nel Deserto e sogna il Mare, bambino che vive con la Madre e sogna il Padre.
“Basim non chiede/dov’è mio papà/sua madre tesse e ripone la tela/in un baule di madreperla.”
 Non fa domande circa le sue origini ma le fantastica dentro di sé
“Basim sa/che le sue origini si trovano/ nei mari del Sud. Sogna/di essere un pirata all’arrembaggio”  ma il giorno gli porta i limiti della realtà.
 “Il bambino si allontana dalle case./Cammina per le dune e piange./Cerca conforto nel deserto./Lontano una madre pronuncia il suo nome./Lui sputa amore e odio; la spietata/ indifferenza che il desiderio mette al mondo.”
Questo fiume carsico del suo desiderio continuerà a scorrere, fino a quando il fanciullo, divenuto giovane uomo, non riuscirà a distaccarsi dalla madre per trovare un suo luogo dove abitare e, liberandosi dal passato, riuscirà a vivere nel presente e ad avere fiducia nel futuro, a liberare “la farfalla prigioniera nel deserto.”
Ciò che unisce questi tre poemetti sapienziali è il tema dell’Assenza che diviene la molla che mette in moto il Destino dei tre personaggi. Un’assenza che produce una sete ed un movimento che condurranno ad esiti inattesi. Poiché come l’acqua può irrompere improvvisa in pieno deserto, conducendo al naufragio, così la vita può offrire svolte e sviluppi sorprendenti. Ed è così che dalla morte può nascere la vita. Ed è appunto di morte-rinascita vissute sulla propria pelle che parla nella postfazione del libro l’artista Giovanni Manfredini il quale, con poche parole limpide e concise ripercorre l’enigma della sua esistenza.
E’ così che una corona di spine, tratta dal roseto prediletto dalla Madre, per Amore può diventare d’oro.
Così l’emblema del dolore si trasfigura in corona vittoriosa, quella che compare, oro su sfondo nero, sulla copertina di questo iniziatico e profetico libro.

giovedì 1 ottobre 2015

LUNA ASCENDENTE Plaquette monografica Concorso internazionale "Altino" 2015

I componimenti pervenuti alla Seconda edizione del Concorso internazionale di Poesia Altino hanno fatto emergere le varie sfaccettature di questa, parola pregna di significati e allusioni simboliche: origine nel grembo umano con la nascita di un bimbo, l'origine dell'universo, della vita nel caotico Big Bang iniziale, ma anche l’origine del male, della colpa nel “peccato originale”. L’origine è un fulcro, un nodo focale rappreso di senso, ma origine è anche un marchingegno alchemico, un detonatore che innesca la vita.

Origine è uno spazio, rinserrato, da cui esplode, in potenza, la forza creatrice che diviene vita, parola e arte. Origine come punto iniziale, dunque, da cui si dirama l’energia vitale di un progetto, di una creatura, di un patto che giunge ben oltre gli angusti limiti del fare umano. Ve lo proponiamo come un inizio –un’iniziazione- un percorso a zig zag tra i testi vincitori di questa Seconda Edizione del Concorso internazionale di Poesia Altino 2015.

Questo numero monografico è stato realizzato in collaborazione con: Associazione “La Carta d’Altino”. Si ringrazia, in particolare: gli organizzatori della manifestazione e i giurati, Enrico Cerni, Franco Ferialdi, Francesca Gambino, Lucia Guidorizzi, Toni Marra, Andreina Masotti, gli attori e musicisti Mauro Gazzato, Stefania Baradel, Rossella Pogliani (pianoforte) e Martino Pavan (clarinetto).

Le poesie sono di: CARLA DE FALCO (Italia), ROSSY EVELIN LIMA (Messico), ANDRÉS JOSUÉ NARANJO MOZ (El Salvador), FRANCO PASTORE (Italia), LAURA PEZZOLA (Italia), ILARIA SPES (Italia), CRISTINA VASCON (Italia).

La musica è di Rossella Pogliani (pianoforte) e Martino Pavan (clarinetto).

L'immagine di copertina è di Pedro Carbagod (Messico).

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martedì 29 settembre 2015

Catalogo della mostra itinerante MigrArte Postale

Centoventicinque meravigliose, intense e struggenti opere d’arte originali hanno continuato a raggiungere per mesi la cassetta delle poste del Progetto 7LUNE a Venezia, da ogni angolo dell’America di lingua spagnola e, in qualche caso, anche dalle terre europee che hanno ospitato l’immigrazione ispanoamericana, non ultima l’Italia. Dopo l’apertura del bando, pubblicato su suggerimento della nostra collaboratrice messicana Carmen Parada, artisti di 13 paesi dell’America Latina hanno deciso di condividere la loro interpretazione del concetto di “Immigrazione” dando luogo ad esiti di inattesa varietà e bellezza. Questo catalogo che ora vi presentiamo raccoglie le centoventicinque cartoline d’arte, presentandole esattamente come sono giunte a noi, coi segni “vivi” del loro tortuoso percorso, segnate dalla fatica del lungo viaggio che hanno dovuto affrontare per giungere alla meta.


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Da subito abbiamo aderito con entusiasmo alla proposta di Carmen, proprio perché la “Mail Art” rappresentava in maniera fortemente simbolica il “viaggio” di molti migranti che, sotto mentite spoglie, nascosti o con documenti contraffatti, valicano le frontiere di paesi in difficoltà, alla ricerca di un benessere che a volte vuol dire a malapena sostentamento.

Ogni cartolina che abbiamo ricevuto é diversa dalle altre, particolare, unica, così come ogni migrante che intraprende un viaggio verso la speranza. Con l’inevitabile incertezza (Arriverà a destinazione? Si rovinerà?) le opere d’arte sono partite dalla loro terra nativa, camuffate da cartoline qualsiasi, celate in sacchi, transitando un percorso su autobus, treno, aereo, fino ad arrivare, in un tempo medio di 5 settimane, alla loro destinazione finale: le mie mani. 

Non posso fare a meno di pensare che anche molti esseri umani sono dovuti passare per la stessa esperienza, che l’incertezza e la paura iniziale nel loro caso devono essere centuplicate, in intensità ma anche in diffusione, calcolando le madri, i padri, i fratelli e i figli che soffrono per chi è partito. Ho avuto anche la sensazione di non aver diritto di parlare di questo, per non averlo sperimentato in prima persona, ma il pensiero dei miei zii emigrati dall’Italia nel dopoguerra in un’Argentina vista come terra del riscatto, ha rinforzato la mia decisione, facendomi sentire parte di questa umanità che dal migrare ha tratto profitto e sventura. Perché credo sia necessario che si parli di questo, che le immagini risveglino riflessioni, che l’arte smuova - come solo lei sa fare - le coscienze e la conoscenza.

Queste cartoline trattano uno dei temi più duri e difficili del nostro tempo. 
L’immigrazione è una condanna per chi la intraprende, anche quando viene considerata un’opportunità e il trasferimento avviene legalmente e apparentemente senza traumi: è sempre accompagnata da abbandoni e rinunce, dall’incertezza, dalla sensazione di estraneità. E tuttavia, molti degli artisti che ci hanno inviato le loro opere, sono riusciti a risvegliare emozioni che sono di speranza, di ricordo, di auspicio. 
Non sono ritratti severi e parchi, al contrario: nella maggior parte dei casi il colore vivace addolcisce il dolore, lo accompagna e lo sostiene. Si tratta di immagini che richiamano continuamente gli occhi, li attraggono, li seducono. Per questo motivo, oltre al loro profondo valore estetico e simbolico, queste cartoline sono utili, servono tremendamente. Servono a catturare l’attenzione e farla muovere verso la riflessione, verso un pensiero attivo di accoglienza e fratellanza. 

In qualche modo io vedo queste cartoline come una trappola. Sono una trappola perché così, colorate e provenienti da un mondo che non ci fa paura, attraggono il visitatore italiano che, sedotto, s’avvicina, le guarda, avvolto da sfumature e bellezza, ne resta irretito, trascorre dei minuti della sua vita lasciando che le immagini esercitino al suo interno qualcosa che non avrebbe mai permesso che accadesse in una conferenza informativa sull’immigrazione nel suo paese. 
L’immigrazione mediorientale, cinese e africana è, in Italia, una questione scottante. La nostra città, Venezia, è stata storicamente beneficiata dal passaggio di uomini e donne di culture diverse: è stato proprio l’incrocio di influenze così lontane a rendere Venezia la meraviglia che è. E tuttavia oggi prevale la diffidenza, la sfiducia verso ciò che è altro, diverso, sconosciuto. 

Per questo abbiamo voluto organizzare nel nostro territorio delle mostre su questo tema, con le nostre cartoline ispanoamericane: come piccole frecce velenose le opere hanno ammaliato il visitatore, convincendolo che si parlasse di un’immigrazione a noi lontana, come quella dei centroamericani negli Stati Uniti o, nel migliore dei casi, della nostra immigrazione di 70 anni fa in Sudamerica, convincendolo ingannevolmente di essere “in salvo”, non facendolo accorgere che stavamo parlando anche dell’Italia, che l’immigrazione è una questione universale della quale bisogna farsi carico, che ciò che è “altro”, è spaventoso solo fino a quando non lo si conosce; fino a quando non lo si riceva aprendo le braccia e facendosi avvolgere dai suoi colori, dai suoi tratti, dalle sue parole, come quelle che provengono da queste opere d’arte, che oltre ad essere piccoli quadri perfetti o intense fotografie d’arte, nascondono, come stoccata finale, sottili pensieri espressi in versi dagli stessi artisti. 

Poesia, perciò, ancora una volta, che viene ad aiutarci, a mano con l’arte visiva, a salvare il mondo dall’omologazione, l’odio, l’ignoranza e l’indifferenza. Noi crediamo in questo sottile e violentissimo potere della Poesia e dell’Arte, per questo ci dedichiamo al Progetto 7LUNE.

Centoventicinque ne sono arrivate, e c’è da chiedersi quante sono partite dal loro paese ma non sono giunte alla nostra cassetta delle lettere, simbolo dell’umanità ferita che non arriva in vita ai luoghi sperati. A questi fratelli vittime della cattiva gestione dei governi e dell’errata distribuzione della ricchezza dedichiamo questo catalogo come minimo omaggio alle loro vite spezzate. Continueremo ad aspettare le postales desaparecidas fino a che giungeranno, restituendo ai nostri occhi i messaggi che ogni coscienza civile deve saper leggere e accogliere.

mercoledì 23 settembre 2015

Recensione a “Las lunas del Ramadán y otras alegorías” di Randall Roque, Ediciones 77, Cartago, Costa Rica, 2011

In “Las lunas del Ramadán y otras alegorías”, il poeta costaricano Randall Roque, che da tempo ci ha abituato alla sua eccellenza nei versi, ci sorprende con un libro che è difficili da definire, eterogeneo nel genere eppure dotato di straordinaria unità. Partendo dall’estetica il volume si configura come un piccolo concentrato di bellezza mediorientale: l’edizione curata dai tipi delle Ediciones 77 in un elegante bianco e nero lucido, come di vernice, sceglie adorni che percorrono anche le pagine interne del libro con motivi esotici e lo skyline di minareti e pagode, come vuole il titolo di questa raccolta, dominata dalla piccola falce di luna che è il vero leit motif di questo insieme caratterizzato da mini e micro-racconti, prose poetiche, aforismi, allegorie, elucubrazioni filosofiche e riflessioni persino sulla religione e l’etica, mostrando una varia tipologia di scritti che l’autore domina con scorrevolezza. Per menzionare solo alcuni degli innumerevoli guizzi degni di nota: “OPPIO La religione è l’oppio del popolo, affermò Marx/ Il popolo è l’oppio di Marx, rispose il popolo/ Entrambi sono drogati, pensò Dio”. Un insieme di testi a tratti profundi a tratti persino umoristici o quantomeno sarcastici, sempre comunque sorprendenti. Da segnalare, tra i nostri preferiti: Las opiniones y sus delirios, Cagaditas blancas, Amores que matan, Nacimiento de los dedos o Knock out sono testi godibilissimi sicuramente debitori dell’infuenza di grando narratori ispanoamericani come Augusto Monterroso e Julio Cortázar. Un volume da non perdere per cogliere la reale cifra di questo giovane autore costaricano che in questo libro fa mostra della sua versatilità e del suo indubitabile talento.

(di Silvia Favaretto)

martedì 22 settembre 2015

Recensione a “Ripio” di Rolando Revagliatti, Ediciones Recitador Argentino, Buenos Aires, 2014

La raccolta poetica di Rolando Revagliatti (Argentina, 1945) si apre con una voce presa direttamente dal dizionario, la parola ripio.
Ripio, è infatti il titolo di questo lavoro, e il vocabolario sembra essere stato citato apposta per chi, come me, non è madrelingua spagnolo, o più semplicemente per chi rischia di perdersi qualche sfumatura. Uno dei più famosi traduttori online traduce sbrigativamente il termine con “ghiaia” ma, ci avvisa il dizionario, questa voce può avere più di un significato: residuo che resta di una cosa; ciottolo, maceria che si usa per pavimentare; parola o frase inutile o superflua che si utilizza viziosamente al solo scopo di completare il verso, o dargli la consonanza o l'assonanza desiderata; gruppo di parole inutili o con le quali si esprimono cose vane o non sostanziali.

Già il titolo, insomma, sembra essere una chiara dichiarazione di poetica: i testi di Revagliatti, nati da un pugno rivoluzionario anticlassicista, possono essere esattamente come questo titolo, e avere quindi una doppia valenza: si può cogliere la poesia intrinseca a questo titolo residuale, e al contempo si può vedere il gioco inutile e superfluo che l'autore sa di celebrare.

Già dall'indice di questo libro capiamo che per Rolando essere rivoluzionario non significa ignorare i classici, ma al contrario conoscerli, invaderli, riscriverli, impossessarsene per poi ricrearsi lontano da loro. Ecco allora presenti all'appello poesie come “A Charles Dickens”, “Espectatores de 'Hernani' de Víctor Hugo” o “A Hernest Hemingway”.

La caratteristica più evidente di questa raccolta è quella di essere una grande riflessione sulla scrittura a 360 gradi, poiché Revagliatti non scrive solo poesia, ma anche prosa e teatro. Ecco allora che le sue poesie sono un continuo dialogo tra lui e il suo lettore (Gravitando en algún roce sobre ti / lector y malentretenido / logro socializar la varita / mágica del hada.”), nonché una riflessione ad alta voce tra lui e se stesso (La página recobra / unanimidad en el asco / recobra / un invento divino: / la anguila lánguida // Alquila bordes a los satélites / recobra entrañas: / ¿néctar o fuga?”).

Nella particolare contaminazione delle scritture concessa dall'autore, i personaggi entrano nel mondo poetico come proiezioni (Se infiltran en las pesadillas de tus personajes / unos que embadurnan con plumas fascistas del Ku-Klux-Klan / y sellan con sus orgías crucificantes / el colapso // Así como antes esos personajes / se infiltraron / en tus pesadillas.”), come anche gli appunti drammaturgici (“[...] Escenas opcionales: / por ejemplo con Elvira / la hermana mayor de Orlando / quien tuvo una hija: Nelly / aliándose con Margarita / la otra hermana mayor de Orlando / quien tuvo un hijo: Mario / en contra de Orlando / el hermano menor de Elvira y Margarita / quien también tuvo un hijo [...]”) o gli esercizi sulla prosa (come nella poesia “Les dejo este ejercicio y me lo traen para la próxima clase”).


Altra caratteristica fondamentale di questo testo è la continua riflessione sulla lingua, e sulla creazione della lingua. Rolando, infatti, sembra voler rivoluzionare anche il linguaggio, forgiare nuove parole ed espressioni forse più capaci di descrivere il mondo pur nella loro apparente stranezza (“ 'Sembrado de cadáveres' / ¿Puedo acuñar la expresión 'sembrado de cadáveres'? / No, no puedo acuñar 'sembrado de cadáveres' / porque ya está acuñada”).
Tale riflessione si sviluppa anche attraverso il ripio, ossia quel giocare vizioso ed inutile che sembra nascere solo per completare un verso. Da questo apparente ripio nascono dei giochi di parole interessanti come il verso “careo, caca y cacareo” o il titolo di una poesia, La novela no vela, ¿no?”.


Questo testo, continuo discorso letterario e poetico, assume i rischi di trascinare il lettore in un vortice di pensiero costante ed instancabile che può estraniare il lettore, come anche il suo stile rivoluzionario. Ma Revagliatti non ci aveva forse avvisati con il suo titolo non privo di sfumature?

(di Federica Volpe)