sabato 14 luglio 2018

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sabato 17 marzo 2018

STELLA DIAZ VARIN

STELLA DIAZ VARIN: LA REGINA DELLA CATASTROFE 


Non si può rimanere indifferenti davanti a Stella Diaz, soprannominata la Colorina per via della sua chioma fiammeggiante, una delle poetesse cilene più importanti della seconda metà del XX secolo. Sontuosa ed eccessiva in vita come in poesia, ogni sua azione è stata un atto poetico e al tempo stesso fisico. Ogni sua parola, ogni suo verso, producono stilettate profonde, aprendo squarci su mondi visionari. 
La sua esistenza è stata un vivere poeticamente a 360 gradi, affrancandosi da ogni bagaglio ermeneutico, critico e stilistico, per sperimentare su se stessa quanto la poesia sia in grado di trasformare lo stato delle cose. 
La potenza magnetica che le deriva da una voce rauca, quasi maschile, dissonante, con la quale declama i suoi versi, filosofici e visionari al tempo stesso, il suo carattere polemico e conflittuale, i suoi eccessi alcolici ed artistici, hanno portato alcuni critici a definirla una versione cilena e femminile di Bukowski. 
Eppure Stella Diaz è molto di più: è una donna poderosa che non scende a compromessi, un’anticonformista ad oltranza a cui piace condurre il gioco della vita intrecciandolo con quello dell’arte, una dama surrealista dalla chioma fulva che sa osare oltre se stessa. 
Nel panorama della poesia cilena degli anni Cinquanta, rappresentato in prevalenza da voci maschili, la sua personalità turbolenta e la sua vena creativa lasciano un segno indelebile. 
La vitalità del suo linguaggio le deriva dall’affrontare temi fondamentali come la morte, la solitudine, l’importanza del legame tra vita ed azione politica. 

Stella Diaz nasce a La Serena nel 1926 da una famiglia della classe media, il padre, anarchico, trasmette alla figlia il suo ideale politico, mentre la madre muore presto. 
Nel 1949 si trasferisce a Santiago per intraprendere gli studi di medicina, poi interrotti e vive in una pensione vicino all’antico Istituto Pedagogico. 
In quegli anni partecipa alla vita culturale della capitale, frequenta i caffè Iris e el Bosco dove conosce Jorge Tellier, José Donoso, Pablo Neruda, Alejandro Jodorowsky e Nicanor Parra che le dedica la poesia “Vampira” (con questi ultimi due intreccerà una relazione). 
Di lei scrive Alejandro Jodorowsky ne “La danza della realtà”: “Il mio incontro con Stella fu di fondamentale importanza. Grazie a lei sono passato dall’atto concettuale, creazione mediante parole ed immagini, all’atto poetico.” 
Alejandro Jodorowsky ne ricorda alcuni versi che s’impressero nella sua memoria a lettere di fuoco. 
“La mujer que amaba a las palomas en éxtasis de virgen y ammantaba lirios por la noche con su pezon dormido, sonaba adosada a la pared y todo parecia bello sin serlo.” 

Nel 1950 si sposa con l’architetto Luis Viveros. 
Nel 1953 pubblica, autoeditato, ed illustrato dal marito “Sinfonia del hombre fosil.” 
Nel 1959 pubblica “Tiempo, medida imaginaria” edito dal Gruppo Fuego. 
Nel 1960 conosce, grazie a Nicanor Parra, Allen Ginsberg e lo ospita nella sua casa. 
Il 1973 è l’anno del golpe di Pinochet. 
Nel 1992 pubblica “Los dones previsibles” edito da Cuarto Proprio. 
Negli anni successivi riceve molti premi e riconoscimenti in Cile e a Cuba. 
Il 13 giugno 2006 Stella Diaz muore a Santiago del Cile, dieci anni dopo che le era stato diagnosticato un cancro al seno. 

Il documentario “La Colorina” (2008) di Fernando Guzzoni, racconta la sua vita sia nell’ambito letterario che esistenziale, diffondendosi sul carisma della sua figura mitica, mentre nel film “Poesia sin fin” (2016) di Alejandro Jodorowsky, l’autore racconta la storia della loro relazione, mettendo in luce il carattere eccentrico, geniale ed esuberante di Stella. 
Lunatica, ribelle e irriverente, la sua è una poesia di ampio respiro, una discesa inarrestabile nell’inconscio, in un mondo occulto generato da un magma tellurico ed astrale. 

PROFECÍA

Las grandes ausencias amenazan
Cuando los sirlos
Esos bellos pájaros
Emigran
Y la lejanía hiere sus alas
El hombre no lo sabe
Porque duerme
Oculto por causa de la luz
Para no prever la muerte.
Entrega el dominio de sus sueños
Y emancipa el caos
Y pierde el poder
sobre su propio río
que lo recorre en longitud.
Los abismos se acercan
Y las múltiples aguas
Devienen creaturas de espanto.
Uncido al gran anillo
Olvidará su trayectoria astral
su fecundidad perecedera.
Ocurrió
Que cerró las pupilas ante la luz
Y no estuvo más allá
De las cosas presentes
Ni creó una analogía superior
a la distancia entre los astros
Ni escuchó el soberano mandamiento
De crear al hombre verdadero.
Olvidado en el tiempo
Aún persistirá en creer
que fue un símil de su conciencia.

Lucia Guidorizzi

domenica 14 gennaio 2018

JUANA DE IBARBOUROU: UN DIAMANTE SOLITARIO

La sua bellezza intensa e misteriosa, caratterizzata da eleganza e classe soffuse di malinconia, il suo vivere, nonostante i successi ed i riconoscimenti letterari, una vita segreta ed appartata, rendono Juana de Ibarbourou, all’anagrafe Juana Fernandez Morales, una delle scrittrici uruguaiane più affascinanti ed interessanti del suo paese.

Nasce l’8 marzo del 1892 a Melo, una città che dista solo sessanta chilometri dalla frontiera brasiliana, al cui ricordo rimane molto legata per tutta la vita, evocandola nelle sue memorie come un Eden perduto di felicità e d’innocenza.
Suo padre, Vicente Fernandez, di origini spagnole, le trasmette fin da bambina un profondo amore per la sua terra d’origine, la Galizia, sua madre, Valentina Morales, appartiene ad una delle famiglie spagnole più antiche dell’Uruguay.
Il padre non è un marito fedele e dedito alla famiglia, si è costruito una vita parallela insieme ad un’altra donna con la quale ha dei figli.
Juana vive nella sua città d’origine fino ai diciotto anni, ed è lì che inizia a scrivere, poi si trasferisce a Montevideo e a vent’anni si sposa col capitano Lucas Ibarbourou, dal quale ha un figlio, Julius Caesar.
I riconoscimenti letterari più significativi le arrivano prima dei trent’anni.
E’ definita dalla critica letteraria la Juana de America e il 10 agosto 1929 riceve nel palazzo legislativo di Montevideo un anello d’oro, per celebrare le sue simboliche nozze con l’America.
Scrive nel 1918 una raccolta di versi “Las lenguas de diamante”, nel 1920 un’opera in prosa “El cantaro fresco”, nel 1944 un’ autobiografia intitolata “Chico Carlo” poi, nel 1945 un’opera teatrale “Lo suenos de Natacha”.
Sia i suoi versi che la sua prosa sono permeati da un diffuso erotismo, da un grande amore per la vita e la natura, attraversati da una profonda sensibilità. 
Juana è affascinata dal paesaggio, dalla storia e dai miti del continente americano.
Nella raccolta poetica “La rosa de los vientos” del 1930, si avvicina all’avanguardia surrealista, mentre in altre opere successive traspare la ricerca di una profonda spiritualità.
Nel 1950 viene eletta presidente della Societad Uruguayana de los Escritores, riceve vari premi in Uruguay e in Spagna e viene candidata per il Premio Nobel.

Juana de Ibarbourou è una donna bellissima, desiderata ed ammirata, apprezzata e riconosciuta per il suo talento creativo, ricca e famosa, eppure, nonostante tutti i doni che la sorte le ha elargito, non è una persona felice. I successi letterari l’hanno allontanata dal marito e dal figlio coi quali ha un rapporto contrastato. Finisce per ritirarsi sempre di più in se stessa, scrive ininterrottamente di notte, dorme di giorno, ricorre all’uso di morfina per placare la sua inquietudine, fino ad intossicarsi e a diventarne dipendente. Il marito muore, il figlio dilapida il patrimonio familiare, lei si rinchiude sempre di più in se stessa e trova l’amore in un medico argentino, Eduardo de Robertis, un uomo sposato con figli, molto più giovane di lei. Trascorre anni inquieti, caratterizzati da una profonda instabilità, ma la poesia è per lei un conforto ed un sostegno anche nei momenti più travagliati.
Nei suoi versi, intensi ed appassionati, trionfano sempre l’amore per la vita, per la natura, per il suo uomo.
Indomita nella sua solitaria intensità, sempre risplendente di una bellezza imperitura, Juana de Ibarbourou si spegne nel 1987, a Montevideo, all’età di ottantasette anni, dopo una lunga vita attraversata da tempeste, ma illuminata dall’amore per la bellezza e la poesia.


Como una sola flor desesperada

Lo quiero con la sangre, con el hueso,
con el ojo que mira y el aliento,
con la frente que inclina el pensamiento,
con este corazón caliente y preso,

y con el sueño fatalmente obseso
de este amor que me copa el sentimiento,
desde la breve risa hasta el lamento,
desde la herida bruja hasta su beso.

Mi vida es de tu vida tributaria,
ya te parezca tumulto, o solitaria,
como una sola flor desesperada.

Depende de él como del leño duro
la orquídea, o cual la hiedra sobre el muro,
que solo en él respira levantada.


Lucia Guidorizzi