sabato 1 maggio 2021

JORGE LUIS BORGES: INOLTRARSI NEL LABIRINTO

Un labirinto inestricabile di verità e finzioni costituisce l’Opus Magnum di Jorge Luis Borges, la cui vista, nel procedere del tempo si è sempre più fatta interna, proiettandosi nel passato e nel futuro, come accade a tutti i Veggenti autentici. Borges è sempre stato un pensatore indipendente, non inquadrabile in un contesto politico specifico e per questo per molti poco rassicurante. Eppure, proprio grazie a questo suo essere inafferrabile e incatalogabile, è stato un grande Maestro. Un maestro autentico insegna, nel senso letterale del termine, cioè indica una via possibile, senza mai imporla e la via privilegiata di Borges è quella del labirinto. Un dedalo intricato è la sua opera, ricca d’intense frequentazioni letterarie e di colti riferimenti e addentrarvisi è come percorrere una tortuosa galleria di specchi che restituiscono le immagini del mondo sempre sotto diverse angolature.
Inoltrarsi nelle pagine dei suoi libri è come entrare in un quadro di Escher pieno di scale, scacchi, costruzioni impossibili e paradossali che si apre in una vertiginosa mise en abîme. La sua ricerca è tesa a scoprire l’essenza, la gemma, il cuore del bocciolo, la parte più tenera e viva del seme della creazione artistica. Questa ricerca dell’essenza produce un’eco infinita in cui altezza e profondità coincidono. In questo mondo enigmatico e complesso, dove le ombre contano più delle presenze, l’Altro diviene riflesso sfuggente del nostro essere, apparizione abitata da forze invisibili.
Per Borges l’identità è in perenne proliferazione e si moltiplica esponenzialmente. 
Invecchiando, Borges acquista in coraggio e giovinezza, imparando a vivere con maggiore freschezza e intensità.
Jorge Luis Borges, scrittore, poeta, saggista, traduttore e filosofo, nasce a Buenos Aires il 24 agosto 1899 in una famiglia benestante. Il padre è avvocato e insegnante di psicologia. La famiglia si trasferisce nel quartiere residenziale di Palermo e nel 1914 in Europa, prima a Ginevra fino al 1918, poi a Lugano, l’anno dopo a Maiorca, poi a Siviglia e infine a Madrid. Nel 1921 torna insieme con la famiglia a Buenos Aires. Qui Borges fonda le riviste letterarie Prisma e Proa e pubblica, nel 1923, la sua prima raccolta poetica, Fervore a Buenos Aires. Tra i suoi amici vi sono Josè Bianco, Adolfo Bioy Casares insieme al quale scrive alcuni romanzi ed Estela Canto, con la quale condividerà la passione letteraria in un sodalizio intellettuale e amoroso durato per più di vent’anni. All'inizio degli anni Trenta diventa assistente bibliotecario e in seguito Direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, lavoro che svolge fino al 1946, quando sale al potere Juan Domingo Peròn, contro il quale scrive un manifesto molto critico: a causa di ciò deve rinunciare al suo lavoro di bibliotecario e comincia a tenere conferenze. Nel 1938 muore suo padre e lo stesso Borges rischia di morire a causa di un attacco di setticemia. Questo periodo d’infermità e di convalescenza induce Borges a comporre i suoi capolavori, che vengono stampati negli anni successivi. Rimane molto legato alla madre e alla sorella Norah, con le quali continua a vivere, a parte la breve parentesi di un matrimonio durato tre anni con Elsa Astete Millàn. 
Borges fin dall’infanzia ha problemi alla vista, e nel procedere degli anni si avvia verso la cecità e diviene completamente cieco intorno agli anni Sessanta (anche il padre era diventato cieco a causa di un problema ereditario presente nella sua famiglia da sei generazioni). 
Nel 1975 a novantanove anni muore sua madre e da quel momento Borges inizia a farsi accompagnare nei suoi viaggi da Marina Kodama, una sua ex-allieva che gli fa da segretaria e che lo sposa poco prima della sua morte.
Borges muore nel 1986 per un cancro al fegato a Ginevra, città dove aveva voluto ritornare nell’ultimo periodo della sua vita. 
Umberto Eco, nel suo romanzo “Nel nome della rosa” pare si sia ispirato a lui per la figura del monaco bibliotecario cieco Jorge da Burgos.
Nonostante il suo enorme prestigio intellettuale e il riconoscimento universale raggiunto dalla sua opera, Borges non ha mai ricevuto il premio Nobel per la letteratura. 
La sua opera, immensa e complessa è costituita da romanzi, racconti, poesie e saggi.

Qui ricordo solo le raccolte di racconti e di poesie: 

Racconti:
- Storia universale dell'infamia (Historia Universal de la Infamia, 1935), trad. di Mario Pasi, Il Saggiatore, Milano, 1961; trad. di Vittoria Martinetto e Angelo Morino, Adelphi, Milano, 1997 
- Finzioni (Ficciones, 1944), trad. di Franco Lucentini, Einaudi 1955 trad. di Antonio Melis, Adelphi, Milano, 2003 
- L'Aleph (El Aleph, 1949), trad. di F. Tentori Montalto, Feltrinelli 1959, Adelphi 1999 
- Il manoscritto di Brodie (El informe de Brodie, 1970), trad. di Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli 1971; trad. di Lucia Lorenzini, Adelphi 1999 
- Il libro di sabbia (El libro de arena, 1975), trad. di Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli 1977; trad. di Ilide Carmignani, Adelphi 2004 
- Libro di sogni (Libro de sueños, 1976), con Roy Bartholomew, trad. di Tilde Riva, Collana La Biblioteca di Babele n.32, Franco Maria Ricci editore, 1985; Collana Oscar La Biblioteca di Babele n.6, Mondadori, Milano, 1991; Collana Oscar scrittori moderni, Mondadori, 1998 ; a cura di Tommaso Scarano, Collana Piccola Biblioteca n.679, Adelphi, Milano, 2015.
- Venticinque agosto 1983 e altri racconti inediti, trad. di Gianni Guadalupi, F. M. Ricci, 1980; Mondadori 1990 

Poesie:
- Fervore di Buenos Aires (Fervor de Buenos Aires, 1923), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984; a cura di Tommaso Scarano, Adelphi, 2010
- Luna di fronte (Luna de enfrente, 1925), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984.
- Quaderno San Martín (Cuaderno de San Martín, 1929) a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. primo, Mondadori 1984.
- L'artefice (El hacedor, 1960), trad. di F. Tentori Montalto, Rizzoli, I ed. 1963; a cura di Tommaso Scarano, Collana Biblioteca n.382, Adelphi, Milano, 1999.
- L'altro, lo stesso (El otro, el mismo, 1964), trad. di F. Tentori Montalto, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. secondo, Mondadori 1985 
- Carme presunto e altre poesie (Poemas, 1923-1958), testo originale a fronte, introd. e trad. di Ugo Cianciòlo, Einaudi, Torino, I ed. 1969
- Elogio dell'Ombra (Elogio de la sombra, 1969), trad. di Francesco Tentori Montalto, Einaudi, Torino, 1971 
- L'oro delle tigri. Poesie (El oro de los tigres, 1972), testo spagnolo a fronte, traduzione di Juan Rodolf Wilcock e Livio Bacchi Wilcock, Rizzoli, Milano, I ed. agosto 1974; a cura di Tommaso Scarano 
- La rosa profonda (La rosa profunda, 1975), testo spagnolo a fronte, a cura di Tommaso Scarano, Collana Piccola Biblioteca n.652, Adelphi, Milano, I ed. 2013; a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, in J.L.Borges, Tutte le opere, vol. secondo, Mondadori 1985.
- La moneta di ferro (La moneda de hierro, 1976), a cura di Cesco Vian, Collana La Scala: il catalogo, Rizzoli, I ed. marzo 1981; testo orig. a fronte, a cura di Tommaso Scarano, Collana Piccola Biblioteca n.578, Adelphi. 
- Storia della notte (Historia de la noche, 1977) in "Tutte le opere", I Meridiani Collezione, Milano, Mondadori, 2005.
- La cifra (1981), a cura di Domenico Porzio, Collana I poeti dello Specchio, Mondadori, Milano, I ed. 1982.
- I congiurati (Los conjurados, 1985), a cura di Domenico Porzio e Hado Lyria, Mondadori 1986 

La rosa,
la inmarcesible rosa que no canto,
la que es peso y fragancia,
la del negro jardín en la alta noche,
la de cualquier jardín y cualquier tarde,
la rosa que resurge de la tenue
ceniza por el arte de la alquimia,
la rosa de los persas y de Ariosto,
la que siempre está sola,
la que siempre es la rosa de las rosas,
la joven flor platónica,
la ardiente y ciega rosa que no canto,
la rosa inalcanzable.

da “La rosa profunda”

Lo sguardo di Borges si apre sulle insondabili profondità del tempo e della memoria e nel suo investigare sull’essenza della vita e del mistero, ci indica vie tortuose e affascinanti su cui procedere, portando con noi la conoscenza del passato in cui si rispecchiano i mondi a venire.

Lucia Guidorizzi

giovedì 25 marzo 2021

ALEJANDRO JODOROWSKY: LA POESIA SENZA FINE DELLA MONTAGNA SACRA

Il mio primo incontro con Alejandro Jodorowsky è stato fondante per il mio immaginario: dopo aver visto il suo film “La Montagna sacra” (1973) niente per me è stato più come prima. “La Montagna Sacra” è un film spiazzante, a tratti sgradevole e kitsch, eppure capace di raccontare la ricerca interiore, l’annientamento di sé, la metamorfosi alchemica come nessun altro. Da allora questo personaggio non mi ha più abbandonato e ho avuto modo di apprezzarne l’estrema versatilità creativa in tutti gli ambiti: artista poliedrico, attore, regista, romanziere, poeta, fumettista, psicomago, terapeuta, lettore di tarocchi, si è prodigato in tutti questi campi lasciando una traccia indelebile del suo talento creativo.

Alejandro Jodorowsky nasce a Tocopilla, in Cile, da una famiglia di ebrei russi nel 1929, anno del crollo della Borsa di Wall Street. Frequenta a Santiago Stella Diaz Varin, Nicanor Parra, Enrique Linh e altri giovani intellettuali che saranno rappresentativi della letteratura moderna cilena. 

Nel 1953 si trasferisce a Parigi, diviene allievo di Marcel Marceau e fonda con Fernando Arrabal e Roland Topor il Teatro Panico.

Gira alcuni film di cui i più importanti sono “El Topo” (1971), western surrealista e metafisico, “La Montagna Sacra” , vicenda mistica-esoterica ed iniziatica dal finale spiazzante (1973) e “Santa Sangre” (1988), un film estremamente complesso e truculento con risvolti psicanalitici.

Collabora anche con Moebius con cui lavora al progetto di portare sullo schermo il romanzo di fantascienza “Dune” che alla fine sarà realizzato nel 1984 con la regia di David Lynch. Altri suoi film più recenti sono “La danza de la realidad”, “Poesia sin fin” e “Psicomagia”.

Scrittore estremamente prolifico, alcune tra le sue opere più significative sono:
- Donde mejor canta un pájaro, 1992 (Quando Teresa si arrabbiò con Dio, trad. di Gianni Guadalupi, Milano: Feltrinelli, 1996)
- Los Evangelios para sanar, 1997 (I Vangeli per guarire : una nuova luce sul mito fondatore, trad. di Antonio Bertoli, Milano: Mondadori, 2003))
- La danza de la realidad, 2001 (La danza della realtà, trad. di Michela Finassi Parolo, Milano: Feltrinelli, 2004)
- El dedo y la luna, 2004 (Il dito e la luna : racconti zen, haiku, koan, trad. di Claudia Marseguerra, Milano: Oscar Mondadori, 2006)
- El maestro y las magas, 2005 (Il maestro e le maghe, trad. di Michela Finassi Parolo, Milano: Feltrinelli, 2010)
- Solo de amor, 2006 (Solo de amor, trad. di Antonio Bertoli, Firenze: Giunti citylights, 2006), poesie
- Cabaret místico, 2006 (Cabaret mistico, trad. di Michela Finassi Parolo, Milano: Feltrinelli, 2008)
- (con Marianne Costa) Metagenealogía, 2011 (Metagenealogia : la famiglia, un tesoro e un tranello, trad. di Michela Finassi Parolo, Milano: Feltrinelli, 2012)
- Viaje esencial, 2012 (Viaggio essenziale: poema psicomagico, trad. di Andrea Colamedici, Roma: Spazio interiore, 2014)
- A la sombra del I Ching, 2014 (All'ombra dell'I Ching, trad. di Michela Finassi Parolo, Milano: Feltrinelli, 2016)

Alejandro Jodorowsky è anche l’ideatore della psicomagia, che costituisce l’ultima frontiera del Surrealismo applicato in ambito terapeutico. Negli anni Sessanta, entra in contatto con una guaritrice messicana, Paquita di cui diviene apprendista. Impara a curare i malati con un metodo che porta il paziente a non essere un soggetto passivo, ma ad agire, a reagire, diventando protagonista della sua guarigione. La guarigione si compie mediante un atto magico. Jodorowsky afferma che “ La gente desidera smettere di soffrire, è vero, ma non è disposta a pagarne il prezzo, a cambiare, a cessare di definirsi in funzione delle sue adorate sofferenze.” 

Il suo consiglio più importante è quello di smettere di definire se stessi. Quando ci si lascia ingabbiare in rigidi schemi, si pone freno alle proprie potenzialità. La vera libertà è la capacità di uscire da se stessi, di superare i limiti del piccolo mondo individuale per aprirsi alla saggezza dell’universo. Per lui l’arte e la medicina sono strettamente connesse. Anche la poesia è azione e si esprime attraverso il compimento di atti che la trasportano nella dimensione della realtà. Similmente, la lettura dei tarocchi è un importante strumento di autoanalisi a fini introspettivi e conoscitivi.

Importante è la sua amicizia con Antonio Bertoli, che nel 1996 aveva fondato a Firenze la casa editrice- libreria City Lights Book, unica al mondo dopo quella di San Francisco che si occupa in particolar modo di poesia, in collaborazione con Lawrence Ferlinghetti. 

Antonio Bertoli, che è stato uno straordinario esponente della cultura e della creatività italiana, spentosi troppo presto, nel 2015, ha pubblicato molti dei suoi libri ed è anche stato suo traduttore.

Una delle opere più interessanti di Jodorowsky è “Metagenealogia”, scritta insieme a Marianne Costa, in cui afferma che la conoscenza e lo studio approfondito del proprio albero genealogico rivelano come quello che siamo sia il prodotto del nostro passato familiare. La metagenealogia considera le analogie e le corrispondenze presenti in ogni stirpe in cui si ripetono date, malattie, nascite, morti, incidenti e nomi attraverso le generazioni. Ma oltre a essere psicomago e terapeuta, Alejandro Jodorowky è anche un intenso poeta che riesce a esprimere nei suoi versi il miracolo della distanza e della prossimità. La sua forza lirica esula da tutti i canoni accreditati, per esprimersi nella sua autenticità: 

«Poco a poco vas entrando en mi ausencia» 

Poco a poco vas entrando en mi ausencia
gota por gota llenando mi copa vacía
allí donde soy sombra no cesas de aparecer
porque tan sólo en ti las cosas se hacen reales
alejas el absurdo y me otorgas sentido
lo que recuerdo de mí es lo que tú eres
llegó a tus orillas como un mar invisible

Alejandro Jodorowsky

da “No basta decir”, Visor Libros, 2003

Come scrive Antonio Bertoli intorno alla sua poesia: “L’unione di un uomo e di una donna resterà sempre il vero mistero della vita, perché l’amore è davvero il più grande segreto e l’unico scopo della vita stessa; un mistero e un segreto che sono in realtà già svelati perché sono racchiusi nel nostro vivere e nelle nostre modalità di relazione”.

Il pensiero ricchissimo complesso di Jodorowsky si può cercare di sintetizzare in queste sue considerazioni che in un certo qual modo definiscono la sua visione del mondo: 

“Mi piace sviluppare la mia coscienza per capire perchè sono vivo, cos’è il mio corpo e cosa devo fare per cooperare con i disegni dell’universo.
Non mi piace la gente che accumula informazioni inutili e si crea false forme di condotta, plagiata da personalità importanti.
Mi piace rispettare gli altri, non per via delle deviazioni narcisistiche della loro personalità, ma per come si sono evolute interiormente.
Non mi piace la gente la cui mente non sa riposare in silenzio, il cui cuore critica gli altri senza sosta, la cui sessualità vive insoddisfatta, il cui corpo s’intossica senza saper apprezzare di essere vivo, perché ogni secondo di vita è un regalo sublime.
Mi piace invecchiare perchè il tempo dissolve il superfluo e conserva l’essenziale.
Non mi piace la gente che per retaggi infantili trasforma le bugie in superstizioni.
Non mi piace che ci sia un Papa che predica senza condividere la sua anima con una “Papessa“.
Non mi piace che la religione sia nelle mani di uomini che disprezzano le donne.
Mi piace collaborare e non competere. Mi piace scoprire in ogni essere quella gioia eterna che potremmo chiamare dio interiore.
Non mi piace l’arte che serve solo a celebrare il suo esecutore.
Mi piace l’arte che serve per guarire.

Non mi piacciono le persone troppo stupide.
Mi piace tutto ciò che provoca il riso.
Mi piace affrontare volontariamente la mia sofferenza, con l’obiettivo di espandere la mia coscienza.”

Ironia, curiosità, versatilità, inesauribile verve creativa e capacità di rendere l’arte uno strumento di guarigione, rendono Alejandro Jodorowsky uno splendido e vivace adolescente di novantun anni che continua a donare al mondo a piene mani la sua genialità di poeta, mago e terapeuta.

Lucia Guidorizzi

sabato 14 novembre 2020

CARLOS CASTANEDA: SALTARE NELL’IGNOTO CON INTENTO INFLESSIBILE


Di Carlos Castaneda si è scritto tutto e il contrario di tutto: siamo abituati a sentirlo definire come antropologo, filosofo, stregone, poeta, trickster, sciamano, impostore, ma al di là di queste superficiali attribuzioni, la sua opera rimane una prodigiosa summa della ricerca della conoscenza e del lavoro di affrancamento da ogni condizionamento sociale e culturale.

Contribuiscono ad alimentare questo mito i contorni sfumati della sua biografia e il fatto che durante la sua esistenza si sia sottratto all’interesse mediatico, rilasciando poche interviste e facendosi vedere raramente in pubblico.

Molto spesso ci si limita a considerare gli aspetti sensazionalistici presenti soprattutto nei suoi primi libri “A scuola dallo stregone”, “Una realtà separata” e “Viaggio ad Ixtlan” in cui l’autore racconta di aver fatto uso di sostanze stupefacenti per espandere la coscienza sotto la guida dell’indimenticabile maestro stregone Don Juan, un indiano yaqui. In realtà l’uso delle droghe per Castaneda è un mezzo per ampliare la percezione è un mezzo e non un fine e la sua opera in toto è un invito ad abbandonare i limiti angusti del proprio io e del senso d’importanza personale, a smetterla di lamentarsi indulgendo nell’autocommiserazione, per inerpicarsi per gli aspri sentieri della conoscenza, operando quel “salto” che permette di raggiungere altre dimensioni ed altri mondi possibili.

Tra le varie opinioni che sono state espresse sulla sua opera straordinaria, forse la più significativa e convincente è quella di Octavio Paz che scrive:

“Sono più interessato al lavoro di Castaneda che alle storie riguardo alla sua persona. A chi importa se Don Juan e Don Genaro esistettero veramente? Questo è “pensare povero”. Ciò di cui mi interesso è il lavoro di Carlos Castaneda, idee, filosofia, paradigmi. Se i libri di Castaneda sono fantasia, sono i migliori libri di finzione che abbia mai letto”.
(Octavio Paz, articolo sul “Time”, marzo 1971)

Aprire le porte della percezione, immergendosi in una realtà non ordinaria, sperimentando esperienze destrutturanti e considerate spaventose dalla gente comune, è compito di ogni stregone degno di questo nome. Nel suo primo libro “A scuola dallo stregone. Una via yaqui alla conoscenza” Carlos Castaneda si descrive come un giovane, sprovveduto e zelante studente universitario di antropologia che nell’estate del 1960, nel deserto di Sonora, entra in contatto con Don Juan, diablero ed uomo di conoscenza, per farsi rivelare i segreti della tradizione yaqui. Da questo incontro che diviene una vera e propria iniziazione, Castaneda uscirà completamente trasformato, spingendosi in un viaggio che lo porterà oltre i propri confini e a superare i quattro nemici dell’uomo di conoscenza: la paura, la lucidità, il potere e la vecchiaia.

Ciò che affascina in tutta la sua opera, oltre alla grande componente poetica e filosofica che la caratterizza, è che la si può considerare un vero e proprio percorso di liberazione da tutti quei preconcetti e false credenze su cui è costruita la nostra identità fittizia. Il guerriero degno di questo nome, ovvero l’uomo di conoscenza, deve esercitare un intento inflessibile e considerare la morte come la sua alleata silenziosa nel percorso che lo condurrà alla consapevolezza: non vi sono premi in palio quali potere, fama , riconoscimenti, ma solo il conseguimento della completa libertà dello spirito. Il sistema di pensiero presente nei suoi libri offre una visione tremendamente congruente con le moderne teorie della fisica quantistica, dimostrando una profonda interrelazione tra il mondo della tradizione yaqui e quello dei quanti.

Come tutti gli autentici innovatori e sperimentatori, come tutti quelli che veramente dicono qualcosa di nuovo e destabilizzante, l’opera di Castaneda ha subito molte critiche da parte del mondo accademico ufficiale. Ma a noi poco importa, perché quanto ha scritto è e rimarrà sempre un punto di riferimento imprescindibile per quanti sono alla ricerca di esperienze di oltrepassamento e di cambiamenti radicali che li rendano individui autenticamente liberi.

Carlos Castaneda, in origine Carlos César Salvador Aranha Castañeda nasce a Cajamarca, in Perù il 25 dicembre 1927, il cognome gli viene dato da sua madre, Susana Castañeda Navoa. Adottato in seguito da una famiglia di Los Angeles, Castaneda si trasferisce negli Stati Uniti nei primi anni Cinquanta acquisendone la cittadinanza nel 1957. Nel 1960 si sposa con Margaret Runyan a Tijuana in Messico. Vivono assieme solo per sei mesi, ma il divorzio è formalizzato solo nel 1973. Studia all'Università della California, a Los Angeles, conseguendo la laurea in arte nel 1962 e il dottorato in filosofia nel 1970, o secondo altre fonti in antropologia. Conduce anche viaggi di studio in Italia, in particolare a Milano, dove entra in contatto col regista Federico Fellini che avrebbe voluto girare un film sulla sua straordinaria esperienza, ma che per cause di forza maggiore, deve abbandonare il progetto.

Castaneda muore il 27 aprile 1998 a Los Angeles a causa delle complicazioni derivanti da un cancro. Non ci sono funerali pubblici, il corpo viene cremato e le ceneri inviate in Messico. Solo due mesi dopo appare un necrologio sul Los Angeles Times. Anche la sua fine resta avvolta nel mistero, come la sua vita e la sua opera.

Carlos Castaneda ha scritto i seguenti libri, pubblicati in quest’ordine nell’arco di trent’anni, dal 1968 al 1996, in Italia sono stati tradotti e sono disponibili nell’edizione Rizzoli
• Gli insegnamenti di Don Juan (Milano, Rizzoli, 1999, , pubblicato anche con il titolo A scuola dallo stregone (Roma, Casa Editrice Astrolabio-Ubaldini, 1970)
• Una realtà separata (Milano, Rizzoli, 2000)
• Viaggio a Ixtlan (Milano, Rizzoli, 2000)
• L'isola del Tonal (Milano, Rizzoli, 1997)
• Il secondo anello del potere (Milano, Rizzoli, 2001)
• Il dono dell'aquila (Milano, Rizzoli, 1985)
• Il fuoco dal profondo (Milano, Rizzoli, 1987)
• Il potere del silenzio (Milano, Rizzoli, 2001)
• L'arte di sognare (Milano, Rizzoli, 2000)
• Tensegrità-Passi magici (Milano, Rizzoli, 2004)
• La ruota del tempo (Milano, Rizzoli, 2002)
• Il lato attivo dell'infinito (Milano, Rizzoli, 2000)

“Ma la decisione di proseguire su quella strada o di abbandonarla deve essere presa indipendentemente dalla paura o dall'ambizione. Ti avverto: osserva la strada da vicino e senza fretta, provala tutte le volte che lo ritieni necessario e poi rivolgi a te stesso, e a nessun altro, questa domanda: Questa strada ha un cuore? Le strade sono tutte uguali: non portano da nessuna parte. Alcune attraversano la boscaglia e altre vi si addentrano. Posso dire di aver percorso strade molto lunghe nella mia vita, ma non sono mai arrivato da nessuna parte. Questa strada ha un cuore? Se ce l'ha, è la strada giusta; se non ce l'ha, è inutile. Nessuna delle due porterà da qualche parte, ma una ha un cuore, l'altra non ce l'ha. Una rende il viaggio felice, e finché la seguirai sarete una cosa sola. L'altra ti farà maledire la vita. Una ti fa sentire forte, l'altra ti indebolisce.“Carlos Castaneda da “Gli insegnamenti di Don Juan”

“Soffermarsi troppo sull’io causa una terribile stanchezza. Un uomo in questa condizione è sordo e cieco a tutto il resto: è la stanchezza stessa a fare sì che non veda più le meraviglie che lo circondano.“Carlos Castaneda da “La ruota del tempo”

“Un cacciatore sa che attirerà sempre la preda nelle sue trappole, perciò non si preoccupa. Preoccuparsi significa diventare accessibile, inconsapevolmente accessibile. E quando ti preoccupi, ti aggrappi a qualsiasi cosa per la disperazione; e quando ti aggrappi, sei destinato a esaurirti o a esaurire coloro ai quali ti stai aggrappando.“Carlos Castaneda da “Viaggio a Ixtlan”

Leggere i libri di Castaneda non è come leggere un romanzo o un saggio antropologico, ma è un’esperienza che cambia irreversibilmente la vita, lo sguardo sul mondo, su se stessi e sugli altri.

Lucia Guidorizzi

giovedì 25 giugno 2020

Carmen Yanez

CARMEN YANEZ: PERDERSI E RITROVARSI NEL TEMPO DELLA POESIA

Abbiamo sentito parlare di Carmen Yáñez e della sua poesia in occasione della scomparsa di suo marito, lo scrittore cileno Luis Sepúlveda, morto lo scorso marzo per Coronavirus. I due si trovavano in Portogallo a Povoa de Varzim, per un Festival di Letteratura, quando a fine febbraio avevano manifestato i primi sintomi del Covid. Mentre Carmen è riuscita a superare la malattia, lui non ce l’ha fatta. La loro storia, che è insieme un sodalizio culturale, intellettuale ed amoroso, inizia tanto tempo fa: Luis «Lucho» e Carmen «Pelusa», si sono conosciuti da ragazzini in Cile. Lei, nata nel 1952 a Santiago del Cile, racconta: «Avevo quindici anni quando conobbi Lucho, tre meno di lui. Era stato mio fratello a presentarci. Luis – barba folta e capelli lunghi – all’epoca era una specie di hippie». Luis fa parte della sezione più battagliera del partito socialista, in seguito ne entra a far parte anche Carmen che poco dopo resta incinta. I due si sposano giovanissimi, l’ 11 settembre del 1971: due anni dopo in Cile si scatena l’ inferno con il golpe e la dittatura di Pinochet. Nel 1972 nasce il loro primogenito Carlos, che di secondo nome si chiama Lenin. Il primo ad essere imprigionato dalla dittatura militare è Luis, mentre nel 1975 è Carmen a finire nelle mani della polizia di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica), rimane in clandestinità finché nel 1981, attraverso l’Argentina e sotto la protezione dell’ONU, si rifugia in esilio in Svezia. I due si perdono di vista e le loro strade divergono per lunghi anni. In Svezia Carmen Yáñez inizia a pubblicare la sua poesia. Nel 1982 esce la raccolta "Cantos del camino" e, negli anni successivi, le sue poesie sono pubblicate su riviste svedesi (Signor, Ada, Invandraren) e tedesche (Viento sur). Pubblica anche i trittici "Al aire" (1989) e "Remanso" (1992). Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari, dapprima il laboratorio Losche (1986-88) e in seguito "Transpoetas" e "Madrigal", ai quali è tuttora legata. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Carmen non ha mai amato parlare delle torture subite a Villa Grimaldi, il simbolo più crudele degli anni di Pinochet. A parlare di quel periodo dolorosissimo invece sono sempre state le sue poesie. Mentre Carmen risiede in Svezia, in quegli stessi anni lo scrittore vive esule in Germania, ad Amburgo, con la sua nuova compagna tedesca, Margarita. Si sono conosciuti in Ecuador e insieme hanno tre figli. Ma il destino ha altri programmi : «Lucho» e «Pelusa» si ritrovano in Svezia e da lì iniziano a scriversi lunghe lettere e ritrovano quell’affinità e quell’intesa che faceva parte dei loro anni giovanili. Alla fine sarà Margarita, che ha compreso la situazione, a farsi da parte ed a permettere che Luis e Carmen ritornino insieme. A riunirli sono stati il dolore e le ferite della prigionia e dell’esilio. Nel 1997 Carmen si trasferisce insieme a Luis, in Spagna e stabiliscono la loro residenza nelle Asturie. In Italia Carmen Yáñez ha pubblicato cinque libri editi da Guanda: "Paesaggio di luna fredda", "Abitata dalla memoria", "Terra di mele", "Cardellini della pioggia" e "Latitudine dei sogni".

La poesia di Carmen Janez è piena di sofferenza, di vita vissuta intensamente e di speranza indistruttibile. I suoi versi distillano una dolcezza feroce, una selvaggia tenerezza, un amore profondo, armonia e sottigliezza. La sua poesia è discreta, riservata e al tempo stesso capace di penetrare in profondità. La sua delicatezza è forza e grazia insieme. Nella sua scrittura c’è tutto il potere evocativo del simbolico, unito alla capacità di accogliere in silenzio le prove più difficili della vita e di metabolizzarle in poesia.


SOY AGUA

Soy agua.
Voy por abismos y arterias
por las que mis hijos corren
hasta alcanzarme en las fuentes.
Invado playas, pieles
que no se corresponden
con mis cauces y mis ansias.
Fuego de bosques, resina seca
hobueras desafiantes me llaman.

Soy agua
en el pelo de una bruja
que proteje su carne.
Los brazos del fuego
no dejan huellas
sólo cenizas
sobre la tierra incendiada.

Cambio entonces
en el momento del juicio.
Ahora soy agua que arde:
roja lava roja
que ordena actuar
a los volcanes.


Lucia Guidorizzi








venerdì 1 maggio 2020

Maria Enriqueta Camarillo

MARIA ENRIQUETA CAMARILLO: UN’ILLUSTRE SCONOSCIUTA

Spesso l’opera di un autore scompare, inabissandosi in vene carsiche, oppure sbiadisce come inchiostro simpatico, per poi riaffiorare inaspettatamente, rivelando tracce e segni per lungo tempo dimenticati, e restituendo la sua freschezza ed intensità. E’ questo il caso di Maria Enriqueta Camarillo, una tra le scrittrici messicane più prolifiche ed importanti vissute a cavallo tra Ottocento e Novecento, in un periodo ricco di avvenimenti e profonde trasformazioni.

Nasce a Coatepec, il 15 Gennaio 1872 e trascorre i primi anni della sua infanzia immersa in una natura libera e selvaggia, tra passeggiate, visite a fattorie, fiori e animali e bagni nei ruscelli. All’età di sette anni si trasferisce con la sua famiglia a Città del Messico, dove studia al Conservatorio e nel 1887 diviene maestra di pianoforte. In seguito si dedica a concerti, spettacoli, audizioni e lezioni di musica, ma la sua passione principale rimane sempre la letteratura.

A ventidue anni inizia a collaborare con importanti riviste e giornali messicani, aderendo alla corrente del Modernismo e pubblica le sue prime opere poetiche con lo pseudonimo di Ivan Moszkowski. Si dedica anche alla narrativa e pubblica due libri per imparare a leggere: “Rosas de la infancia” e “Nuevas rosas de la infancia” che diventano testi obbligatori in tutte le scuole primarie messicane.

Nel 1897 si trasferisce sempre con la famiglia a Nuevo Laredo e nel 1898 sposa lo storico e diplomatico messicano Carlos Pereyra che lavora per il presidente (dittatore) Porfirio Diaz, responsabile di aver instaurato un regime autoritario. Insieme al marito fa numerosi viaggi all’estero, a Cuba, in Belgio, in Svizzera e dopo la destituzione del dittatore Porfirio Diaz si stabiliscono in Spagna, a Madrid, dove vivono per trentadue anni. La coppia non ha figli. Torna in Messico dopo la morte del marito nel 1942 e vi si stabilisce permanentemente nel 1948 fino alla sua morte, avvenuta a Città del Messico il 13 Febbraio del 1968.

E’ considerata la prima donna modernista ispanoamericana del Ventesimo Secolo ed affronta tematiche che preludono al femminismo, anche se è stata dimenticata, sia perché ha trascorso molto tempo della sua vita lontano dal Messico, sia a causa dei legami che il marito aveva con il dittatore Porfirio Diaz, eppure la sua sensibilità letteraria, estremamente ricca e versatile, offre spunti e suggestioni interessanti.

La sua opera migliore è il racconto “El secreto”(1922) che racconta la storia di un adolescente con la vocazione per l’arte che soffre per l’assenza del padre e che lotterà per realizzare se stesso diventando artista. Per questo racconto riceve nel 1923 il premio letterario dall’Academie Francaise

Le sue opere poetiche più importanti sono:

· Las consecuencias de un sueño (1902)
· Rumores de mi huerto (1908)
· Rincones románticos (1922)
· Album sentimental (1926)
· Poesías del Campo (1935)
· Recordando dulcemente (1946)

Mentre tra quelle di narrativa si ricordano:

· Mirlitón (1918)
· Jirón del Mundo (1918)
· Sorpresas de la vida (1921)
· El secreto (1922)
· Entre el polvo de un castillo (1924)
· El misterio de su muerte (1926)
· Enigma y símbolo (1926)

E’ interessante pensare che questa donna, conosciuta in assoluto come l’autrice più famosa della sua epoca, è stata in seguito dimenticata, nonostante i giudizi estremamente lusinghieri della critica letteraria, tra cui Paul Valery che scrive “La novella El secreto di Maria Enriqueta è un profondo e bellissimo libro di ammirevole psicologia.” Allora qual è il motivo della sua obsolescenza letteraria? La risposta è che i suoi versi sono attraversati dagli stereotipi legati alle convenzioni sociali della sua epoca, il suo discorso poetico si muove dentro i margini dell’eterno femminino, ed il suo universo semantico si sviluppa intorno al luogo assegnato alla donna tradizionalmente: la casa. L’amore resta l’oggetto privilegiato della sua lirica, insieme alla tristezza, al dolore, alla morte. Questa sensibilità rimane però circoscritta e non riesce a sfondare il fondale romantico in cui si colloca. Eppure la sua voce ancor oggi mantiene intatte le sue fascinazioni.

ABRE EL LIBRO

Abre el libro en la página que reza:
'Donde se ve que Amor sólo es tristeza',
y con tu voz de oro
que tiene sortilegios peregrinos,
¡ahuyenta, como pájaro canoro,
la sombra de esa frase, con tus trinos!...
Porque es tu voz tan dulce y lisonjera,
que si dices que Amor tiene dolores,
el dolor se resuelve en primavera,
y todas sus espinas echan flores...
¡Deja escapar tu voz, oh, dueño mío!,
y haz de esa frase triste sólo un canto:
tú puedes, con las lágrimas y el llanto,
hacer notas y perlas de rocío.
Es tu voz el crisol en que se funde
la invencible tristeza;
tan pronto como empieza
su acento a levantarse, luz de aurora
en el viento sus ráfagas difunde,
y en los abismos el dolor se hunde...
¡Es tu palabra eterna triunfadora!
Abre ya el tomo, y con tu voz suave,
destruye ese sofisma peregrino.
Seremos, mientras hablas, tú, cual ave,
y yo, como viajero absorto y grave
¡que se para a escucharte en el camino!...


Lucia Guidorizzi

venerdì 7 febbraio 2020

Dulce Maria Loynaz

DULCE MARIA LOYNAZ E L’ISOLA DOVE I CICLONI FANNO IL NIDO

L’amore è districare grovigli/di strade nel buio: /l’amore è essere strada ed essere scala.
Dulce Maria Loynaz

La lunga vita di Dulce Maria Loynaz attraversa tutta la storia di Cuba nel Novecento ed è ricca di mutamenti che si ripercuotono sull’esistenza dell’autrice.
Nasce a L ’Avana il 10 dicembre 1902 e muore, sempre a L’Avana, il 27 aprile del 1997.
Figlia del generale Enrique Loynaz del Castillo, eroe della liberazione anticoloniale cubana, ha una famiglia numerosa, ma cresce nel lusso e negli agi e riceve insieme ai fratelli un’istruzione privata, rivelando il suo precoce amore per la poesia.

Pubblica le sue prime opere a diciassette anni sul quotidiano “La Nacion”: “Invierno de almas y Vesperal”. In seguito collabora con numerose altre riviste tra cui “Origenes”, fondata da Josè Lezama Lima e Josè Rodriguez Feo, punto di riferimento fondamentale per i poeti e letterati cubani.
Prosegue gli studi presso l’Università de L’Avana, laureandosi in Giurisprudenza e diventa avvocato.

Nel 1929 compie, insieme alla madre e ad una sorella, un viaggio in Medio Oriente e visita la Turchia, la Siria, la Libia, la Palestina e l’Egitto. Questo viaggio s’imprime profondamente nella sua memoria ed in seguito influenza la sua produzione poetica. In particolare resta colpita dal museo di Luxor e dalla tomba di Tutankhamen e scrive una lettera dagli accenti lirici e romantici al giovane re defunto. “Carte de amor al rey Tut-Ank_ Khamen” (1953).

La sua produzione letteraria è ricca e varia:
nel 1947 pubblica un libro di poesie “Juegos de agua”
nel 1958 “Poemas sin nombre” e il libro di viaggi “Un verano in Tenerife”.
Scrive il romanzo “Jardin: novela lirica” tra il 1928 e 1935 che viene pubblicato in Spagna nel 1951 e che per i temi e le atmosfere è considerato precursore di quella corrente che verrà definita realismo magico, presente negli attuali romanzi ispanoamericani.

Sposa in prime nozze Enrique de Quesada y Loynaz, che Dulce descrive come un bell’uomo, ma povero di spirito e d’immaginazione. Divorziata da lui, incontra e sposa in seconde nozze Pablo Alvarez de Canas, un emigrante proveniente dalle Canarie, poverissimo, ma che fa fortuna e raggiunge il successo affermandosi come cronista sociale, fino ad essere considerato il miglior giornalista di Cuba. Nel 1959 Pablo Alvarez abbandona Cuba per e tornA nell’isola solo nel 1974 per morirvi.

Dulce Maria vive con dolore questa lontananza da Pablo col quale condivideva l’amore e la passione per l’arte e la cultura e questa sofferenza unita anche ai profondi rivolgimenti legati alla Rivoluzione cubana, inducono Dulce Maria Loynaz a chiudersi in isolamento e in un profondo silenzio, autoesiliandosi nella sua residenza di El Vedado che un tempo era stata frequentata da importanti intellettuali e che aveva rappresentato un potente centro attrattivo per la vita culturale dell’isola.
La sua anima era divisa tra Cuba, la sua patria e le isole Canarie, che aveva imparato ad amare attraverso gli occhi del suo sposo.

In una poesia parla così della sua isola natale: “Isola mia, isola fragrante, fiore d’Isola, tienimi sempre, cullami sempre, dimentica una per una tutte le mie fughe e riservami l’ultima sotto un poco di sabbia soleggiata... sulla riva del golfo dove tutti gli anni i cicloni fanno il loro misterioso nido”. 
Pur ricevendo numerosi inviti in Spagna e negli Stati Uniti, non abbandona mai la sua isola, alla quale si sente profondamente legata.
La mistica, la magia, l’enigma e il mistero avvolgono soprattutto gli anni della sua maturità e vecchiaia, dando luogo a numerosi aneddoti sul suo conto.
Le sue ultime opere sono “Poemas escogidos” (1985), “Bestiarium”, “La novia de Lazaro” (1991) e “Poemas naufragos” (1992).

Muore per arresto cardiaco all’età di novantacinque anni e viene sepolta nel Pantheon di famiglia.
Ai suoi funerali parteciparono importanti rappresentanti dell’ambiente politico e culturale cubano, ma soprattutto il popolo che riconosceva in lei una figura significativa della poesia cubana. Nel corso delle esequie, per renderle onore fu recitata una parte di un suo lavoro grazie al quale aveva le era stato conferito il premio Cervantes nel 1984.

“Un poeta è qualcuno che vede al di là del mondo che lo circonda, più addentro del mondo interno e inoltre deve unire a queste due condizioni una terza più difficile: far vedere quello che lui vede”. 
Così definiva l’essere poeta Dulce María Loynaz e la sua poesia ha saputo far vedere l’invisibile.

La balada del amor tardío

Amor que llegas tarde,
tráeme al menos la paz:
Amor de atardecer, ¿por qué extraviado
camino llegas a mi soledad?

Amor que me has buscado sin buscarte,
no sé qué vale más:
la palabra que vas a decirme
o la que yo no digo ya…

Amor… ¿No sientes frío? Soy la luna:
Tengo la muerte blanca y la verdad
lejana… -No me des tus rosas frescas;
soy grave para rosas. Dame el mar…

Amor que llegas tarde, no me viste
ayer cuando cantaba en el trigal…
Amor de mi silencio y mi cansancio,
hoy no me hagas llorar.


Lucia Guidorizzi

giovedì 5 dicembre 2019

Isabel Sabogal

LA FEDELTA’ DEL TRADIMENTO

Si sa che tradurre da una lingua ad un’altra è sempre un tradimento, ma vi sono modi di tradire con fedeltà, specie se si appartiene ad entrambe le lingue e le si abita da sempre. 
La lingua è un sistema discontinuo. Perché alcuni contenuti affiorano in una lingua piuttosto che in un’altra? Perché contenuti differenti attivano diversi percorsi neuronali e pertanto alcune cose si possono dire o scrivere solo nella lingua che appartiene agli strati più profondi del nostro essere. Quando le lingue sono due, il panorama si complica, offrendo paesaggi interiori e contenuti complessi e ancor di più se, orientati alla ricerca di coincidenze significative nell’universo, si sceglie di consultare gli astri, per avere risposte agli enigmi che accompagnano l’esistenza stessa.
Questo è il caso di Isabel Sabogal Dunin Borkowski, scrittrice, poeta e traduttrice peruviana,
nata a Lima il 14 Ottobre 1958 da madre polacca e da padre peruviano, profondo conoscitore della cultura andina. 
Trascorre la sua giovinezza tra il Perù e la Polonia, scrivendo sia in polacco che in spagnolo, studia Letteratura ispanica e Linguistica presso la Pontificia Università Cattolica del Perù.
Si dedica allo studio dell’astrologia e per un periodo lavora a Cracovia come traduttrice. Nel 2005 torna a vivere a Lima, dopo aver vissuto per nove anni a Cracovia e per sette anni a Cuzco. Attualmente lavora come traduttrice dal polacco allo spagnolo e viceversa, autorizzata dall’Ambasciata della Polonia a Lima.

Tra i suoi libri pubblicati :
Requiebros vanos Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1988;
Entre el Cielo y el Infierno, un Universo dividido. Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1989 
Sue opere sono presenti in numerose antologie.
Tra le sue traduzioni dal polacco allo spagnolo:
Polonia: la revolución de Solidarność, Lima, Apuntes, Centro de Documentación e Investigación, Enero de 1982.
Selezione, traduzione ed introduzione del libro Poesía escogida del poeta polacco Czeslaw Milosz. Edición bilingüe, in polacco e castigliano. 

Isabel Sabogal, nel condurre la sua vita nomadica tra un continente e l’altro, tra una lingua e l’altra, sperimenta come i confini identitari si facciano labili grazie alla complessità della sua esperienza. Eppure, proprio questa sua condizione di ponte tra due mondi, le permette di attingere da esperienze differenti che divengono un patrimonio duraturo ricco di memorie e testimonianze. Si comprende dunque come per lei tradurre, ovvero tradire, sia l’unico modo per restare fedeli alla propria lingua o meglio, alle proprie lingue.

Requiebros vanos 

Hay una niebla agazapada por debajo de nosotros
En esa niebla viven y pululan los dragones
En esa niebla nacen y renacen las estrellas.

Eso es al fondo, para afuera no soy nada
más que un autómata sin ríos ni tinieblas
más que un autómata sin sueños ni esperanzas.

Y si no fuera por las tinieblas de la noche
Y por tu cuerpo de gata agazapada
Yo creería ser de veras eso.

Y creería en todo lo que digo
Y creería en todo lo que pienso
vanos requiebros, sueños vanos
por alcanzar el más allá de las estrellas
por alcanzar el más acá de lo diario.

Pero no hay nada ya alcanzable, todo es vano
menos el canto más allá del pensamiento
menos tu cuerpo de gata agazapada
en las tinieblas de la noche y de los sueños.

Isabel Sabogal
Lima, 1984
Del poemario "Requiebros vanos"
Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1988


Lucia Guidorizzi

venerdì 4 ottobre 2019

Maria Eugenia Vaz Ferreira

LA VOCE DAL FONDO DEL POZZO

Maria Eugenia Vaz Ferreira nasce in una famiglia amante della cultura e della letteratura a Montevideo il 13 luglio 1875 e muore a Montevideo il 20 maggio 1924. Poeta, musicista ed insegnante uruguaiana, contemporanea della sua connazionale Delmira Agustini, si sa poco di lei: ha avuto una cattedra di letteratura presso l’Università delle Donne, ma non esistono antologie che raccolgano le sue opere e poche persone la ricordano. Mentre era in vita, furono pubblicate raramente sue poesie ed il poco che rimane di lei fu pubblicato postumo grazie al fratello, Carlos Vaz Ferreira, professore di letteratura.

La sua personalità eccentrica ed il suo carattere indipendente ne fanno una figura isolata e solitaria: amava fare lunghe passeggiate in solitudine per le strade di Montevideo. 

Gli ultimi anni della sua vita furono funestati dalla follia che contribuì ad isolarla sempre più dal mondo, facendola sprofondare in un’oscurità senza ritorno. 

La sua opera si può considerare metafisica, i suoi versi sono intrisi di passione, di morte, di speranza e di mistero. Ricorrono nella sua poesia metafore, similitudini ed il suo linguaggio è caratterizzato da una grande forza poetica e visionaria che si condensa attorno al nucleo del simbolico. Irrompe nelle sue liriche un sentimento di amarezza nei confronti dell’esistenza e sono ricorrenti le immagini della notte e della tenebra. Amava la letteratura germanica e questo amore la portò a studiare la lingua tedesca per poter leggere le poesie di Heinrich Heine in lingua originale. Nutriva anche un grande amore per la musica ed i suoi compositori preferiti erano Wagner e Chopin. 

La sua produzione poetica si può dividere in tre tappe: la prima stagione della sua poesia ha caratteristiche neoromantiche, la seconda rivela l’influenza con altri poeti suoi contemporanei ed è legata al modernismo e la terza tappa sviluppa una poesia più personale e metafisica che esalta con pathos la sofferenza e l’amore per la vita.

Nei suoi poemi predomina il senso tragico di un’esistenza solitaria e l’amore è vissuto come un desiderio vano e fatale: l’amante è sempre ideale, impossibile da raggiungere, lontano.

Sue opere postume sono: 

“La isla de los canticos”, 1925
“La otra isla de los canticos”, Impresora Uruguayana, Montevideo, 1959 
“Poesias Completas” Hugo J. Verani, Ediciones de la Plaza, 1986

Holocausto

Quebrantaré en tu honra mi vieja rebeldía
si sabe combatirme la ciencia de tu mano,
si tienes la grandeza de un templo soberano
ofrendaré mi sangre para tu idolatría. 

Naufragará en tus brazos la prepotencia mía
si tienes la profunda fruición del oceano
y si sabes el ritmo de un canto sobrehumano
silenciarán mis harpas su eterna melodía. 

Me volveré paloma si tu soberbia siente
la garra vencedora del águila potente:
si sabes ser fecundo seré tu floración, 

y brotaré una selva de cósmicas entrañas,
cuyas salvajes frondas románticas y hurañas
conquistará tu imperio si sabes ser león.


Lucia Guidorizzi

sabato 3 agosto 2019

Reina Maria Rodriguez

LA SPADA DEL SILENZIO E’ FIAMMA DI POESIA

Cuba è sempre stata un’isola immersa in una corrente ricca di fermenti poetici e culturali.  Nella prima metà del Novecento, a Cuba, Maria Zambrano, Cintio Vitier, Fina Marruz, Josè Lezama Lima, creano una  vivace comunità intellettuale ed artistica,  coltivando un humus ricco di fermenti creativi che poi sarebbero stati trasfusi nella generazione successiva.
Reina Maria Rodriguez, erede di questa preziosa eredità, è una poeta nata nel 1952 a l’Avana, nella cui Università si è laureata in letteratura ispanoamericana.
E’ stata redattrice di numerosi programmi radiofonici ed ha pubblicato su numerose riviste americane ed europee e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue.
Nel 1999 ha ricevuto l’Ordine delle Arti e delle Lettere di Francia.
Nel 2013 ha vinto il Premio  Letterario Internazionale di Letteratura, assegnato dall’UNEAC, che è il massimo riconoscimento cubano. Nella motivazione si afferma che Reina Maria Rodriguez “Ha segnato uno spazio imprescindibile nel panorama della poesia cubana contemporanea, con alta qualità estetica, etica e concettuale.”
La sua opera letteraria è molto ricca ed articolata, ha pubblicato moltissime opere dagli anni Settanta in poi:

La gente de mi barrio (Premio 13 de marzo, 1976)
Una casa en Ánimas (1976)
Cuando una mujer no duerme (Premio Julián de Casal de la UNEAC, 1980)
Para un cordero blanco (Premio Casa de las Américas, 1984)
En la arena de Padua (Premio de la revista Plural, México, 1991 y Premio Nacional de la Critica, 1992)
Páramos (Premio Julián del Casal, 1993, Premio de la Crítica, 1995)
Travelling (1995)
La foto del invernadero (Premio Casa de las Américas, 1998, Premio de la Critica, 2000)
Te daré de comer como a los pájaros (Premio de la crítica, 2001)
Ellas escriben cartas de amor (2002)
Otras cartas a Milena (2003)
Tres maneras de tocar un elefante (Premio Italo Calvino, 2004)
Violet Island y otros poemas (antología personal)
El libro de las clientas (2005)
Bosque negro (2005, 2008)
Variedades de Galeano (Letras Cubanas, 2008)
Otras mitologías (2012)
Bosque Negro (2014, Antología Poética)
El piano (2016, Leiden: Bokeh)

I suoi versi si srotolano come un arazzo sontuoso, pieno di trame scintillanti ed oscure, in una Imago Mundi che raccoglie palpiti, aneliti, silenzi e voci.
La sua è una poesia preziosa, complessa, riccamente metaforica e pregna di erotismo, fortemente evocativa, ispirata alla vita ed alla cultura del suo paese, ma anche alla storia universale.
Reina Maria Rodriguez coglie la bellezza degli attimi scintillanti della vita quando si è connessi con la bellezza e la bellezza commuove e muove l’anima.


Cámara secreta
 
dentro de un cofrecito de ébano
junto a la cama mortuoria de Tutankamen yacen
los fabulosos tesoros del joven rey en el Nilo.
allí encontré una pieza dorada
como una muñeca, o una antigua miniatura india.
alguien me permitió abrir y quizás ver
aquel secreto que soñaba
(en cada sueño perdemos evidentemente
una inocencia) soy otra vez Pigmalión
siempre a la espera de cualquier milagro.
si uno va todo el camino junto a las cosas,
uno puede cubrir todo el camino de ficciones
y ciertamente uno recibe su recompensa
siempre completamente diferente
a la esperada. si alguien,
al menos durmiera sin estar muerto
junto al cofre de un rey
y recibiera un sueño como el mío,
-la miniatura de cristal de Atlántida-
entraríamos de una vez en la inocencia.



L'autrice appartiene a una generazione poetica di alto livello di cui fanno parte anche Ernesto Cardenal, Eliseo Diego, e la sua poesia è caratterizzata da un intellettualismo sottile che consente di temperare una passione che tuttavia continua a vibrare nelle immagini e nelle percezioni, dominando gli eccessi istintuali. Reina Maria Rodriguez è tutt’oggi animatrice ospitale sulla sua celebre terrazza dell'Avana di gruppi di giovani inquieti, desiderosi di ricercare una propria originalità poetica.

lunedì 1 luglio 2019

IDEA VILARIÑO

LA POETICA DELLA DISTANZA 

Idea Vilariño nasce nel 1920 a Montevideo da una famiglia dagli ideali progressisti. Il padre, Leandro, è un poeta ed intellettuale anarchico ed i figli esprimono nei loro nomi i valori presenti in ambito familiare, legati alla cultura simbolista: Alma, Idea, Azul, Poema e Numen. 
L’infanzia di Idea trascorre difficile, a causa della sua salute cagionevole anche se lei la ricorda come un’infanzia felice, nonostante tutto. Nel giro di tre anni muoiono la madre, un fratello e d il padre e questo lascia in lei una traccia indelebile. 
Negli anni Cinquanta inizia la sua militanza politica, legata ai gruppi radicali della Sinistra. 
Si afferma come scrittrice, poeta, insegnate, traduttrice e critica letteraria. 
Idea Vilariño appartiene alla generazione poetica uruguaiana del 1945, della quale facevano parte Juan Carlos Onetti, Mario Benedetti, Amanda Berenguer e molti altri. 
Trascorre il 1954 in Europa, tra Svezia, Francia e Spagna ed in questo stesso periodo sviluppa quella che verrà definita la sua poesia “militante”, In seguito comincia a scrivere canzoni che saranno divulgate da cantautori e musicisti uruguaiani. 
Il suo impegno politico e la sua natura forte ed irriducibile la porteranno a vivere in una condizione d’isolamento e di solitudine. 
Inizia un’intensa corrispondenza epistolare con lo scrittore Juan Carlos Onetti, col quale intrattiene un’appassionata storia d’amore di cui ci resta testimonianza in “Poemas de amor” pubblicati nel 1957. Si tratta di un amore difficile, segnato da rotture e riconciliazioni, alimentato dalla distanza e reso conflittuale dai loro caratteri, fieri ed eccentrici. Pur amandosi, non erano fatti per stare insieme. Lui si sposò quattro volte, lei una. 
Nel 1972 Idea Vilariño sposa Jorge Liberati, un suo ex allievo, studioso di filosofia e la loro unione dura per dieci anni. 
Le viene assegnata la cattedra di Letteratura Uruguaiana all’Università di Montevideo, ma dopo tre anni abbandona l’insegnamento, delusa ed amareggiata dalle difficoltà che deve affrontare in ambito lavorativo a causa del malfunzionamento istituzionale. 
Nel 1987 il valore della sua opera poetica viene riconosciuto dal Premio Municipal de Literatura. 
Trascorre gli ultimi anni della sua vita ritirata tra il suo appartamento di Montevideo e la sua casa di villeggiatura a Las Toscas, una località sul mare. 
Muore a Montevideo nel 2009. 

Le sue raccolte poetiche sono: 
· La suplicante (1945). 
· Cielo Cielo (1947). 
· Paraíso perdido (Número. 1949). 
· Por aire sucio (Número. 1950). 
· Nocturnos (1955). 
· Poemas de amor (1957). 
· Pobre Mundo (1966). 
· Poesía (1970). 
· No (1980). 
· Canciones (1993). 
· Poesía 1945 - 1990 (1994). 

Le tematiche della sua poetica si sviluppano intorno a tre linee principali: l’amore, la notte e la povertà. 
L’amore è visto come ricerca continua ed inesausta dell’assoluto, che si scontra con il lato notturno ed oscuro dell’esistenza che con tutte le sue contraddizioni rivela la miseria e la povertà in cui versa l’uomo. Solo attraverso la pietas e il riconoscimento del guasto e della ferita si può sperare in una giustizia possibile ed in una possibile armonia. 

CARTA II 
Estás lejos y al sur
allí no son las cuatro
recostado en tu silla
apoyado en la mesa del café
de tu cuarto
tirado en una cama
la tuya o la de alguien
que quisiera borrar
- estoy pensando en ti 
no en quienes buscan
a tu lado lo mismo que yo quiero -.
Estoy pensando en ti 
ya hace una hora
tal vez media
no sé.
Cuando la luz se acabe
sabré que son las nueve
estiraré la colcha
me pondré el traje negro
y me pasaré el peine.
Iré a cenar
es claro.
Pero en algún momento
me volveré a este cuarto
me tiraré en la cama
y entonces tu recuerdo
qué digo
mi deseo de verte
que me mires
tu presencia de hombre que me falta en la vida
se pondrán como ahora
te pones en la tarde
que ya es la noche
a ser
la sola única cosa
que me importa en el mundo. 

Il suo testamento poetico può considerarsi racchiuso in questi suoi versi: 
Non abusare delle parole / non prestar loro / troppa attenzione. 
IDEA VILARIÑO, da “Poesia completa” 

Lucia Guidorizzi