venerdì 14 dicembre 2018

ROSARIO CASTELLANOS

IL FEMMINILE ETERNO 

Debe haber otro modo que no se llame Safo
ni Mesalina ni María Egipciaca
ni Magdalena ni Clemencia Isaura.
Otro modo de ser humano y libre.
Otro modo de ser.
Rosario Castellanos, “Meditación en el umbral” [fragmento] 

Rosario Castellanos nasce nel 1925 in una famiglia originaria del Chiapas che si trovava di passaggio a Città del Messico. Trascorre la sua infanzia a Comitàn, una città del Chiapas ed in questo ambiente tradizionale ha l’opportunità di osservare la cultura degli indios tzotzil. Ciò le offre l’opportunità di conoscere il mondo dei nativi e i suoi primi romanzi sono influenzati da questa esperienza in quanto vi sono descritti personaggi femminili forti e determinati che si trovano a vivere in conflitto con una società ancora arcaica e tradizionale. 
Il fratello ed il padre muoiono che lei è ancora bambina, in seguito si trasferisce a Città del Messico ed inizia a frequentare Ernesto Cardenal, Jaime Sabines e Augusto Monterroso ed altri intellettuali del tempo. Studentessa introversa ed insofferente nei confronti di una società dominata e gestita dagli uomini, dopo essersi diplomata in filosofia, impara ad esprimere la sua specificità, diventando una figura chiave della letteratura messicana e del movimento femminista latinoamericano. 
Insegna filosofia nelle Università del Wisconsin, del Colorado e dell’Indiana. 
Le sue raccolte poetiche più significative sono: “Trayectoria del polvo” 1948, “De la vigilia esteril”1950, “Al pie de la letra” 1959, “Livida luz”1960, “Materia memorable”1960. 
I temi cari alla sua scrittura sono l’amore, la solitudine, la morte, ma anche il femminismo e la forza di resistenza. 
Ottiene importanti riconoscimenti come nel 1960 il Premio Xavier Villaurrutia e nel 1962 il Premio Suor Juana Ines de la Cruz ed altri altrettanto significativi. 
Nel 1958 si sposa col professore di filosofia Ricardo Guerra dal quale nel 1961 ha un figlio, Gabriel. Il marito, filosofo marxista, non è in grado di apprezzare la sua passione ed il suo talento letterario ed in casa le tensioni divengono insopportabili per cui si separa da lui tredici anni dopo. 
Per il resto della sua vita si dedica assiduamente alla difesa dei diritti delle donne, diventando un simbolo del femminismo ispanoamericano. 
Nel 1971 pubblica “Album de familia” in cui si narra la storia di una sposa novella che si accorge con disincanto di tutti gli obblighi che le derivano dal matrimonio, tra i quali cucinare, tacere ed obbedire allo sposo. 
Sempre nel 1971 è nominata ambasciatrice del Messico in Israele e lavora presso l’Università Ebrea di Gerusalemme. 
Muore nel 1974 a Tel Aviv, a quarantanove anni, in seguito ad un incidente dovuto ad una scarica elettrica. 
Il Fondo de la Cultura Economica pubblica postuma nel 1975 la sua opera teatrale “El eterno femenino”, ambientata in un salone di bellezza, come omaggio all’autrice scomparsa prematuramente nell’anno internazionale della donna. 
Nel 2017 viene prodotto dalla regista Natalia Beristain il film “Los adioses”, biografia che racconta la vita, il pensiero e le scelte di Rosario Castellanos, mettendo in luce gli aspetti più segreti ed intimi della sua personalità. 

Destino 
Matamos lo que amamos. Lo demás
no ha estado vivo nunca.
Ninguno está tan cerca. A ningún otro hiere
un olvido, una ausencia, a veces menos.
Matamos lo que amamos. ¡Que cese esta asfixia
de respirar con un pulmón ajeno!
El aire no es bastante
para los dos. Y no basta la tierra
para los cuerpos juntos
y la ración de la esperanza es poca
y el dolor no se puede compartir. 
El hombre es ánima de soledades,
ciervo con una flecha en el ijar
que huye y se desangra. 
Ah, pero el odio, su fijeza insomne
de pupilas de vidrio; su actitud
que es a la vez reposo y amenaza. 
El ciervo va a beber y en el agua aparece
el reflejo del tigre. 
El ciervo bebe el agua y la imagen. Se vuelve
-antes que lo devoren- (cómplice, fascinado)
Igual a su enemigo. 

Damos la vida solo a lo que odiamos. 
Rosario Castellanos è una donna che, come tante altre, per seguire la sua vocazione poetica e scritturale ha dovuto pagare un prezzo alto per potersi esprimere liberamente e per difendere le donne ispanoamericane, prigioniere dei loro ruoli in una società conservatrice e diffidente nei confronti della loro libera espressione artistica. 

Lucia Guidorizzi 

sabato 17 novembre 2018

GIOCONDA BELLI

CORPO IN FORMA DI PAROLA

Chi ha avuto la fortuna d’incontrare Gioconda Belli non può dimenticare il calore della sua presenza che emana un’intensa energia vitale e carnale di accoglienza. 
La sua poesia è come lei: forte, generosa, consapevole, presente a se stessa. 
L’ho incontrata a Venezia, in occasione del Festival Internazionale “Incroci di civiltà” 2018 e mi ha subito colpito la sua fisicità potente, la fisicità di una donna che pur avendo attraversato molte tempeste ha sempre saputo tenere in pugno la barra del timone per far procedere la sua navigazione sulle acque tempestose della vita. 
Il suo nome le assomiglia: Gioconda, poiché lieto è il modo con cui sa andare incontro alle situazioni, permeato da quell’allegria consapevole di chi non teme di passare anche attraverso il dolore e il conflitto, e Belli, perché è bellissima nella consapevole e piena accettazione di sé. 
Gioconda Belli nasce in Nicaragua, a Managua, il 9 dicembre 1948 da una benestante famiglia borghese di origini italiane: ciò le permette di viaggiare e di studiare in Spagna e poi in America, dove completa gli studi a Filadelfia, diplomandosi in giornalismo. 
I suoi interessi sono vivaci e molteplici, nel 1970, tornata in patria, comincia a pubblicare le sue poesie, ottenendo riconoscimenti a livello internazionale. 
Impegnata politicamente, fa parte del Fronte Sandinista di Liberazione Internazionale, viene mandata in esilio dal regime di Somoza, trascorrendo due anni in Costa Rica. 
In seguito alla vittoria del Fronte di Liberazione, torna in Nicaragua, dove ricopre varie cariche politiche fino al 1994, anno in cui lascia la vita pubblica per dedicarsi sempre più al giornalismo e alla letteratura. 
Pubblica nel 1987 la raccolta di poesie “De la costilla de Eva” e nel 1988 il suo primo romanzo, “La mujer abitada” che avrà successo a livello internazionale. Il libro, dai risvolti autobiografici, racconta le storie intrecciate di due donne appartenenti ad epoche diverse, la prima che entra nel movimento rivoluzionario sandinista nel Nicaragua oppresso dalla dittatura di Somoza, e l’altra, una donna nahua, che cinquecento anni prima, lotta contro l’invasione spagnola. 
Pubblica altri tre romanzi: “Sofia de los Presagios” 1990, “Waslala”1996 e “El pais bajo mi piel” 2011. 
Contemporaneamente pubblica anche altre raccolte poetiche: “El ojo de la mujer” 1990, e “Apogeo” 1997. 
Gioconda Belli dal 1990 vive in California, a Santa Monica, dedicandosi pienamente alla scrittura e viaggiando spesso per diffondere la sua poesia. 

La sua poesia è sincera e generosa, parte sempre dall’esperienza diretta e proprio in virtù di questa onestà sa farsi strumento di riscatto anche per le altre donne. E’ una poesia che racconta come si possa vivere anche all’interno delle contraddizioni, come afferma lei stessa: 
“Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle. Senza rinunciare a sentirmi donna, credo di essere riuscita a essere anche uomo.” 
Per questo, quando scrive, lo fa in nome di tutte le donne che come lei cercano un difficile equilibrio emotivo in mezzo a tutte le difficoltà che comporta il desiderio di una piena realizzazione. La sua voce è un faro che illumina le coscienze di quante non si accontentano, ma desiderano raccogliere ogni sfida possibile e prima tra tutte quella di esprimersi poeticamente. 

Consejos para la mujer fuerte 

Si eres una mujer fuerte
protégete de las alimañas que querrán
almorzar tu corazón.
Ellas usan todos los disfraces de los carnavales de la tierra:
se visten como culpas, como oportunidades, como precios que hay que pagar. 

Te hurgan el alma; meten el barreno de sus miradas o sus llantos
hasta lo más profundo del magma de tu esencia
no para alumbrarse con tu fuego
sino para apagar la pasión
la erudición de tus fantasías. 

Si eres una mujer fuerte
tienes que saber que el aire que te nutre
acarrea también parásitos, moscardones,
menudos insectos que buscarán alojarse en tu sangre
y nutrirse de cuanto es sólido y grande en ti. 

No pierdas la compasión, pero témele a cuanto conduzca
a negarte la palabra, a esconder quién eres,
lo que te obligue a ablandarte
y te prometa un reino terrestre a cambio
de la sonrisa complaciente. 

Si eres una mujer fuerte
prepárate para la batalla:
aprende a estar sola
a dormir en la más absoluta oscuridad sin miedo
a que nadie te tire sogas cuando ruja la tormenta
a nadar contra corriente. 

Entrénate en los oficios de la reflexión y el intelecto
Lee, hazte el amor a ti misma, construye tu castillo
rodéalo de fosos profundos
pero hazle anchas puertas y ventanas. 

Es menester que cultives enormes amistades
que quienes te rodean y quieran sepan lo que eres
que te hagas un círculo de hogueras y enciendas en el centro de tu habitación
una estufa siempre ardiente donde se mantenga el hervor de tus sueños. 

Si eres una mujer fuerte
protégete con palabras y árboles
e invoca la memoria de mujeres antiguas.
Has de saber que eres un campo magnético
hacia el que viajarán aullando los clavos herrumbrados
y el óxido mortal de todos los naufragios. 

Ampara, pero ampárate primero
Guarda las distancias
Constrúyete. Cuídate
Atesora tu poder
Defiéndelo
Hazlo por ti
Te lo pido en nombre de todas nostra 

Lucia Guidorizzi

lunedì 1 ottobre 2018

"La catastrofe del vivere e due donne sopravvissute al naufragio" di Lucia Guidorizzi

La 75esima Mostra del Cinema del Lido di Venezia celebra ancora una volta il trionfo del Messico con il film “Roma” del regista Alfonso Cuaròn. 

Foto dal web
A premiarlo è il connazionale Guillermo del Toro, presidente di giuria e regista, vincitore nel 2017 del Leone d’oro con il film “La forma dell’acqua”. 
Un trionfo meritatissimo, che ci offre la possibilità di gustare un’opera di grande qualità, elegante nel suo bianco e nero, con riprese geniali ed angolature che ci restituiscono il piacere del grande cinema. 
Roma è il nome di un quartiere residenziale ubicato nel centro di Città del Messico: in una delle sue case negli anni Settanta vive una famiglia borghese presso la quale lavorano come domestiche Cloe (Yalizta Aparicio) ed Adela, (Nancy Garcia), due ragazze indie che vediamo intente fin dall’inizio nello sbrigare le faccende. 
La vita scorre tranquilla, fino a quando una catastrofe si abbatte sulla famiglia: il marito di Sofia (Marina de Tavina) e padre dei suoi tre figli, si allontana da casa, apparentemente per motivi di lavoro, in realtà per raggiungere l’amante, abbandonando definitivamente la moglie. Sofia cerca di salvare le apparenze facendo finta che la vita continui come sempre, ma in realtà è devastata dall’accaduto. 
Nel frattempo, Cloe inizia a frequentare il cugino senza scrupoli del fidanzato di Adela, che la metterà incinta per poi abbandonarla. 
Le due donne così si ritrovano a vivere due drammi paralleli e cercano di fronteggiare insieme le difficoltà. 

Mentre si snodano queste vicende, l’acqua domina le scene: acqua per pulire il pavimento, acqua per rigovernare i piatti, acqua per fare il bucato, acque del parto che si rompono, acque agitate del mare che travolgono. Acque che annientano ed acque che salvano. 
Acque del fiume in piena della vita. 
Cataclismi privati e cataclismi collettivi scandiscono le vicende del film. A Cloe si romperanno le acque durante un terremoto che avviene nel mezzo di una manifestazione politica seguita da una sparatoria, mentre si trova in un negozio con Sofia per comprare una culla al nascituro, perderà il bambino che nascerà morto. 
Nel corso di una breve vacanza al mare, insieme a Sofia e ai suoi figli che Cloe, pur non sapendo nuotare, riuscirà a salvare dall’annegamento, le due donne tornano a casa, nel quartiere Roma, ritrovando in un qualche modo l’equilibrio e la serenità. Sono due donne abbandonate che, imparando a loro spese a fronteggiare le incognite e gli agguati dell’esistenza, si fanno forza reciprocamente e così la vita continua. 
“Siamo sempre sole, lo sai?” dice Sofia a Cleo e da questa frase inizia la loro presa di coscienza. 

Nello scorrere del disastro individuale, si affiancano disastri collettivi: incendi, terremoti, sparatorie, che manifestano l’essenza violenta della vita stessa. 
Foto dal web
“Roma” per certe sequenze ed atmosfere ricorda immagini del cinema di Fellini, ma anche il linguaggio surrealista dei film di Bunuel e Jodorowsky. 
Si tratta di un bellissimo film, pieno di delicatezza e contrasti, intriso di amara ironia per la condizione umana, pervaso da una limpidezza di sguardo che permette di assaporare dettagli ricchi di poesia. 
Il linguaggio del regista Alfonso Cuaròn è potente ed incisivo, mai retorico, visionario, surrealista e realista al tempo stesso e ci offre un messaggio di speranza: dopo ogni caduta ci si rialza e si riprende il cammino.


lunedì 27 agosto 2018

Recensione a “Retratos mal hablados” di Leonel Alvarado, Casa de las Américas, La Habana, 2014


di Silvia Favaretto

Chi si avvicina alla poetica dello scrittore honduregno Leonel Alvarado non può non rendersi conto di essere di fronte a uno dei più fondamentali padri letterari della nostra epoca. Alvarado è il poeta vivente centroamericano che ha maggiormente influenzato un’intera generazione di giovani scrittori e sfogliando “Retratos mal hablados” se ne capisce immediatamente il perchè. Di verso in verso il poeta dipinge e pennellate vivide ritratti di persone a lui vicine (il padre, il fratello, il figlioletto dell’amico) con una scrittura diretta e appassionante, in un modo così efficace da farci sentire di conoscere la persona di cui parla, o ancor meglio di avvertire le stesse sensazioni di vicinanza che dichiara il poeta. Un affetto autentico si spreme da queste poesie, ogni parola sgocciola sentimento vero, brutale e intenso e le parole mai retoriche, mai scontate, ci accompagnano in questa passeggiata fra la quotidianità delle relazioni dello scrittore con il mondo. Questa edizione, in particolare, è frutto della menzione ricevuta dal poeta nel prestigioso premio Casa de las Américas, trionfo che lo colloca – a ragione- tra i più venerati scrittori della sua generazione.

Recensione a “Nudo” di Perla Rivera, Malpaso ediciones, Tegucigalpa, 2017


di Silvia Favaretto

La copertina bianca dell’edizione di Malpaso di questa nuova raccolta poetica di Perla Rivera ci mostra un ditale, guscio fatto per proteggere il nostro dito dall’ago acuminato. Tuttavia la poeta lascia il ditale lì sulla copertina del libro e offre le sue tiepide carni in sacrificio agli aghi dell’amore e del ricordo. Non ha paura della sofferenza, Perla Rivera, quando scrive lunghi versi d’addio all’”uomo dalla camicia a quadri”. Il suo gatto la osserva con tenerezza e l’accarezza mentre la scrittrice fa una ricerca acuta nel suo corpo e nella sua memoria, all’interno del suo passato. Pochi poeti hanno saputo scandagliare la propria agonia con tanta lucidità. Solida nella sua scrittura, nella testardaggine e disobbedienza che sono le migliori eredità ricevute dai suoi genitori, Perla affronta la fine di un amore, sapendo bene che nella sua carne si agita la vita, che l’insonnia non potrà spegnere la sua passione, che è proprio la sua scrittura quella che, definitivamente, la fa resuscitare.

Recensione a “El árbol de los libros” delle bambine e dei bambini di Lempira, Fundación Blue Lupin, Plan Internacional Honduras, Dirección departamental educación Lempira, Gracias, 2018


di Silvia Favaretto

La pregiata edizione di questo libro, presentato all’inaugurazione del Festival internacional de poesía de los confines di Gracias, Lempira, Honduras, lo scorso luglio, consta di copertina rigida e pagine patinate con illustrazioni a colori dell’artista Cristian Gavarrete. La confezione estetica è di valore almeno quanto il contenuto: 32 brevissimi racconti scritti da giovani autori, dagli 8 ai 16 anni, che vengono seguiti da Plan Internacional Honduras in percorsi di fomento dell’arte e della cultura. La selezione dei racconti, operata dai promotori culturali Salvador Madrid e Albany Flores Garca, offre uno spaccato di quelli che sono i sogni e i desideri dei bambini delle zone povere dell’Honduras. Si tratta di un immaginario in cui il loro vissuto personale la fa da padrone, ma la fantasia aiuta a riscattare i piccoli protagonisti dai loro ostacoli e spesso la salvezza si chiama: possibilità di studiare, scuola, lettura, cultura. Un messaggio importante e necessario che forse anche i nostri bambini italiani dovrebbero ascoltare.

CLARIBEL ALEGRIA


LA POTENZA ORFICA DELLA POESIA ATTRAVERSA OGNI SOGLIA

La scrittura poetica della poeta nicaraguense Claribel Alegria ha una forza, una determinazione ed un coraggio che le permette di spezzare le catene del tempo e dello spazio per immergersi in una catabasi che porta ad una nuova consapevolezza.

Claribel Alegria nasce nel 1924 ad Estelì,  una piccola cittadina del Nicargua.
In seguito si trasferisce a Santa Ana nel Salvador, infine nel 1943, si trasferisce negli Stati Uniti, dove consegue la laurea in Filosofia e Letteratura. Sempre attenta alle questioni sociali, partecipa a molte proteste non violente e tornata in patria, si lega al Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale contro la dittatura di Somoza.
Popolare in tutta l’ispanoamerica, viene identificata come l’autrice più rappresentativa della “generacion comprometida”.  Muore a Managua nel 2018.
Donna di umore mutevole, spesso malinconica, dichiara che scrivere per lei è il suo modo di stare sola, i suoi libri ricevono numerosi premi e riconoscimenti.
La sua produzione è molto ricca, tra le sue opere ricordiamo “Anillo de silencio” 1948, “Suite de amor, angustia y soledad” 1950, “Vigilias” 1953, “Acuario” 1955, “Sobrevivo” 1978, (premio Casa de los Americas de Poesia). “Sorrow” 1999, “Casting off” 2003, “Soltando amarras” 2003, “Voces” 2015, “Amor sin fin” 2016.

Le opere “Voces” e “Amor sin fin” sono state pubblicate in Italia da Samuele Editore e tradotte da Zingonia Zingone e Marina Benedetto.

“Amor sin fin”, che è anche il suo ultimo libro, scritto a novantadue anni, in un certo senso si configura come il suo testamento spirituale e poetico. La raccolta è dedicata all’amatissimo marito scomparso Bud, ed inizia come una vera e propria catabasi. Claribel Alegria s’immerge in un viaggio orfico alla ricerca di risposte sul senso dell’esistenza e del divenire.
Il poema si suddivide in sette parti: El umbral, El abismo, Las palabras, Estrella indómita, La mandala, Pegaso y El retorno. Si tratta di un’opera magistrale creata da una maestra di poesia e di vita.
Scrive Zingonia Zingone in proposito: ”Amor sin fin è un fiume che sgorga dalla vetta di un sogno, quello di ricomporre l’amore perfetto. Scende giù negli abissi dell’essere, tra domande, desideri e tormenti, travolgendo il lettore con l’impeto incontenibile di una Claribel Alegría rinvigorita dagli anni. Il passare del tempo, infatti, trasporta la ormai ultranovantenne poetessa sulla soglia di un nuovo inizio, da dove si affaccia sull’ignoto e salta; si lascia condurre dal Mistero, come Dante da Virgilio e, scansando la consueta brevità dei suoi componimenti, scrive a briglia sciolta un lungo e suadente poema.”

La sua scrittura, potente ed intensa, è una testimonianza che l’amore, il desiderio e la passione sono le sorgenti vitali dalle quali attingere la forza e la creatività della scrittura.
Una continua tensione desiderante la porta a scandagliare i misteri dell’Universo nell’ardente desiderio di ricongiungersi all’amato, intraprendendo un viaggio nell’ignoto che la conduce ad affrontare innumerevoli prove.

EL UMBRAL
Hice anoche
contigo
un viaje largo
no importa si fue en sueños
o me lancé al vacío
se desplazó un barrote
y en un umbral ignoto
me encontré.
Salté del tiempo
que me miró de frente
avanzó
se detuvo
y con una antorcha
entre las cejas
señaló los instantes
que hilvanaron mi vida.
¿Qué buscas?
preguntó.
No sabría decirlo
susurré:
el perdón
la mandala
ese perdón que es mío
y no puedo otorgarme
que camina conmigo
y no viene de fuera
ese perdón arisco
que retumba en mis sienes
que me oprime
y hace brotar las lágrimas
que lavan.

Hubo un silencio incómodo
por fin me escabullí
me tendía la mano el universo
lo acogí
me acogió
fui oruga
crisálida
gacela
y una mujer de ojos
deslumbrados.
No había nadie
nada
un miedo en espiral
erizaba mi cuerpo.
Empecé a caminar
era rugoso el suelo
lastimaba mis pies
pude haber regresado
no quería
un peñasco a lo lejos
me dirigí hacia él
tejidos de moho
lo cubrían
escuché sus sollozos
apagados
sigue
sigue
imploraba
no subas por mi cuerpo
aún no has visto todo
el panorama es terso
y aunque fluyan milagros
como el amor
el mar
las flores
los cristos
y los budas
y tanto
y más,
está saturado de violencia.

Sentí curiosidad
pero temblaba
hay mujeres violadas
prosiguió
corrupción
tiranías
guerras injustas
entre hermanos
emigrantes
que buscan a los suyos
y nunca los encuentran
los torturan
los matan
y suspiros
y llantos
y alaridos.

Incliné la cabeza
y seguí caminando.
En el umbral
no hay caminos
ni senderos
ni señales
la libertad es plena
respiro libertad
no sé qué hacer con ella.
He sido siempre cautelosa
al diablo la cautela
los temores
la culpa
ignoré la locura
la tengo allí´
escondida
amarrada la tengo
viaja conmigo
viaja
no sé plasmarla
en mis palabras.
Para encontrar verdades
para que asome el alma
hay que escribir con locura.

Los recuerdos perdidos
¿dónde están?

“Amor sin fin” è un libro iniziatico, ricco d’immagini e di simboli che racconta il viaggio psicologico e spirituale di Claribel Alegria, una donna indomita che non si arresta di fronte a nessun ostacolo, neppure quello della morte dell’amato. La poesia di Claribel Alegria è  in grado di attraversare soglie e silenzi per spingersi fino agli estremi confini della conoscenza. La sua è una poesia orfica, un invito ad esprimere le potenzialità inesplorate dell’umano, immergendosi in un processo incessante di consapevolezza. 

Lucia Guidorizzi