giovedì 5 dicembre 2019

Isabel Sabogal

LA FEDELTA’ DEL TRADIMENTO

Si sa che tradurre da una lingua ad un’altra è sempre un tradimento, ma vi sono modi di tradire con fedeltà, specie se si appartiene ad entrambe le lingue e le si abita da sempre. 
La lingua è un sistema discontinuo. Perché alcuni contenuti affiorano in una lingua piuttosto che in un’altra? Perché contenuti differenti attivano diversi percorsi neuronali e pertanto alcune cose si possono dire o scrivere solo nella lingua che appartiene agli strati più profondi del nostro essere. Quando le lingue sono due, il panorama si complica, offrendo paesaggi interiori e contenuti complessi e ancor di più se, orientati alla ricerca di coincidenze significative nell’universo, si sceglie di consultare gli astri, per avere risposte agli enigmi che accompagnano l’esistenza stessa.
Questo è il caso di Isabel Sabogal Dunin Borkowski, scrittrice, poeta e traduttrice peruviana,
nata a Lima il 14 Ottobre 1958 da madre polacca e da padre peruviano, profondo conoscitore della cultura andina. 
Trascorre la sua giovinezza tra il Perù e la Polonia, scrivendo sia in polacco che in spagnolo, studia Letteratura ispanica e Linguistica presso la Pontificia Università Cattolica del Perù.
Si dedica allo studio dell’astrologia e per un periodo lavora a Cracovia come traduttrice. Nel 2005 torna a vivere a Lima, dopo aver vissuto per nove anni a Cracovia e per sette anni a Cuzco. Attualmente lavora come traduttrice dal polacco allo spagnolo e viceversa, autorizzata dall’Ambasciata della Polonia a Lima.

Tra i suoi libri pubblicati :
Requiebros vanos Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1988;
Entre el Cielo y el Infierno, un Universo dividido. Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1989 
Sue opere sono presenti in numerose antologie.
Tra le sue traduzioni dal polacco allo spagnolo:
Polonia: la revolución de Solidarność, Lima, Apuntes, Centro de Documentación e Investigación, Enero de 1982.
Selezione, traduzione ed introduzione del libro Poesía escogida del poeta polacco Czeslaw Milosz. Edición bilingüe, in polacco e castigliano. 

Isabel Sabogal, nel condurre la sua vita nomadica tra un continente e l’altro, tra una lingua e l’altra, sperimenta come i confini identitari si facciano labili grazie alla complessità della sua esperienza. Eppure, proprio questa sua condizione di ponte tra due mondi, le permette di attingere da esperienze differenti che divengono un patrimonio duraturo ricco di memorie e testimonianze. Si comprende dunque come per lei tradurre, ovvero tradire, sia l’unico modo per restare fedeli alla propria lingua o meglio, alle proprie lingue.

Requiebros vanos 

Hay una niebla agazapada por debajo de nosotros
En esa niebla viven y pululan los dragones
En esa niebla nacen y renacen las estrellas.

Eso es al fondo, para afuera no soy nada
más que un autómata sin ríos ni tinieblas
más que un autómata sin sueños ni esperanzas.

Y si no fuera por las tinieblas de la noche
Y por tu cuerpo de gata agazapada
Yo creería ser de veras eso.

Y creería en todo lo que digo
Y creería en todo lo que pienso
vanos requiebros, sueños vanos
por alcanzar el más allá de las estrellas
por alcanzar el más acá de lo diario.

Pero no hay nada ya alcanzable, todo es vano
menos el canto más allá del pensamiento
menos tu cuerpo de gata agazapada
en las tinieblas de la noche y de los sueños.

Isabel Sabogal
Lima, 1984
Del poemario "Requiebros vanos"
Lima, Ignacio Prado Pastor Editor, 1988


Lucia Guidorizzi

venerdì 4 ottobre 2019

Maria Eugenia Vaz Ferreira

LA VOCE DAL FONDO DEL POZZO

Maria Eugenia Vaz Ferreira nasce in una famiglia amante della cultura e della letteratura a Montevideo il 13 luglio 1875 e muore a Montevideo il 20 maggio 1924. Poeta, musicista ed insegnante uruguaiana, contemporanea della sua connazionale Delmira Agustini, si sa poco di lei: ha avuto una cattedra di letteratura presso l’Università delle Donne, ma non esistono antologie che raccolgano le sue opere e poche persone la ricordano. Mentre era in vita, furono pubblicate raramente sue poesie ed il poco che rimane di lei fu pubblicato postumo grazie al fratello, Carlos Vaz Ferreira, professore di letteratura.

La sua personalità eccentrica ed il suo carattere indipendente ne fanno una figura isolata e solitaria: amava fare lunghe passeggiate in solitudine per le strade di Montevideo. 

Gli ultimi anni della sua vita furono funestati dalla follia che contribuì ad isolarla sempre più dal mondo, facendola sprofondare in un’oscurità senza ritorno. 

La sua opera si può considerare metafisica, i suoi versi sono intrisi di passione, di morte, di speranza e di mistero. Ricorrono nella sua poesia metafore, similitudini ed il suo linguaggio è caratterizzato da una grande forza poetica e visionaria che si condensa attorno al nucleo del simbolico. Irrompe nelle sue liriche un sentimento di amarezza nei confronti dell’esistenza e sono ricorrenti le immagini della notte e della tenebra. Amava la letteratura germanica e questo amore la portò a studiare la lingua tedesca per poter leggere le poesie di Heinrich Heine in lingua originale. Nutriva anche un grande amore per la musica ed i suoi compositori preferiti erano Wagner e Chopin. 

La sua produzione poetica si può dividere in tre tappe: la prima stagione della sua poesia ha caratteristiche neoromantiche, la seconda rivela l’influenza con altri poeti suoi contemporanei ed è legata al modernismo e la terza tappa sviluppa una poesia più personale e metafisica che esalta con pathos la sofferenza e l’amore per la vita.

Nei suoi poemi predomina il senso tragico di un’esistenza solitaria e l’amore è vissuto come un desiderio vano e fatale: l’amante è sempre ideale, impossibile da raggiungere, lontano.

Sue opere postume sono: 

“La isla de los canticos”, 1925
“La otra isla de los canticos”, Impresora Uruguayana, Montevideo, 1959 
“Poesias Completas” Hugo J. Verani, Ediciones de la Plaza, 1986

Holocausto

Quebrantaré en tu honra mi vieja rebeldía
si sabe combatirme la ciencia de tu mano,
si tienes la grandeza de un templo soberano
ofrendaré mi sangre para tu idolatría. 

Naufragará en tus brazos la prepotencia mía
si tienes la profunda fruición del oceano
y si sabes el ritmo de un canto sobrehumano
silenciarán mis harpas su eterna melodía. 

Me volveré paloma si tu soberbia siente
la garra vencedora del águila potente:
si sabes ser fecundo seré tu floración, 

y brotaré una selva de cósmicas entrañas,
cuyas salvajes frondas románticas y hurañas
conquistará tu imperio si sabes ser león.


Lucia Guidorizzi

sabato 3 agosto 2019

Reina Maria Rodriguez

LA SPADA DEL SILENZIO E’ FIAMMA DI POESIA

Cuba è sempre stata un’isola immersa in una corrente ricca di fermenti poetici e culturali.  Nella prima metà del Novecento, a Cuba, Maria Zambrano, Cintio Vitier, Fina Marruz, Josè Lezama Lima, creano una  vivace comunità intellettuale ed artistica,  coltivando un humus ricco di fermenti creativi che poi sarebbero stati trasfusi nella generazione successiva.
Reina Maria Rodriguez, erede di questa preziosa eredità, è una poeta nata nel 1952 a l’Avana, nella cui Università si è laureata in letteratura ispanoamericana.
E’ stata redattrice di numerosi programmi radiofonici ed ha pubblicato su numerose riviste americane ed europee e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue.
Nel 1999 ha ricevuto l’Ordine delle Arti e delle Lettere di Francia.
Nel 2013 ha vinto il Premio  Letterario Internazionale di Letteratura, assegnato dall’UNEAC, che è il massimo riconoscimento cubano. Nella motivazione si afferma che Reina Maria Rodriguez “Ha segnato uno spazio imprescindibile nel panorama della poesia cubana contemporanea, con alta qualità estetica, etica e concettuale.”
La sua opera letteraria è molto ricca ed articolata, ha pubblicato moltissime opere dagli anni Settanta in poi:

La gente de mi barrio (Premio 13 de marzo, 1976)
Una casa en Ánimas (1976)
Cuando una mujer no duerme (Premio Julián de Casal de la UNEAC, 1980)
Para un cordero blanco (Premio Casa de las Américas, 1984)
En la arena de Padua (Premio de la revista Plural, México, 1991 y Premio Nacional de la Critica, 1992)
Páramos (Premio Julián del Casal, 1993, Premio de la Crítica, 1995)
Travelling (1995)
La foto del invernadero (Premio Casa de las Américas, 1998, Premio de la Critica, 2000)
Te daré de comer como a los pájaros (Premio de la crítica, 2001)
Ellas escriben cartas de amor (2002)
Otras cartas a Milena (2003)
Tres maneras de tocar un elefante (Premio Italo Calvino, 2004)
Violet Island y otros poemas (antología personal)
El libro de las clientas (2005)
Bosque negro (2005, 2008)
Variedades de Galeano (Letras Cubanas, 2008)
Otras mitologías (2012)
Bosque Negro (2014, Antología Poética)
El piano (2016, Leiden: Bokeh)

I suoi versi si srotolano come un arazzo sontuoso, pieno di trame scintillanti ed oscure, in una Imago Mundi che raccoglie palpiti, aneliti, silenzi e voci.
La sua è una poesia preziosa, complessa, riccamente metaforica e pregna di erotismo, fortemente evocativa, ispirata alla vita ed alla cultura del suo paese, ma anche alla storia universale.
Reina Maria Rodriguez coglie la bellezza degli attimi scintillanti della vita quando si è connessi con la bellezza e la bellezza commuove e muove l’anima.


Cámara secreta
 
dentro de un cofrecito de ébano
junto a la cama mortuoria de Tutankamen yacen
los fabulosos tesoros del joven rey en el Nilo.
allí encontré una pieza dorada
como una muñeca, o una antigua miniatura india.
alguien me permitió abrir y quizás ver
aquel secreto que soñaba
(en cada sueño perdemos evidentemente
una inocencia) soy otra vez Pigmalión
siempre a la espera de cualquier milagro.
si uno va todo el camino junto a las cosas,
uno puede cubrir todo el camino de ficciones
y ciertamente uno recibe su recompensa
siempre completamente diferente
a la esperada. si alguien,
al menos durmiera sin estar muerto
junto al cofre de un rey
y recibiera un sueño como el mío,
-la miniatura de cristal de Atlántida-
entraríamos de una vez en la inocencia.



L'autrice appartiene a una generazione poetica di alto livello di cui fanno parte anche Ernesto Cardenal, Eliseo Diego, e la sua poesia è caratterizzata da un intellettualismo sottile che consente di temperare una passione che tuttavia continua a vibrare nelle immagini e nelle percezioni, dominando gli eccessi istintuali. Reina Maria Rodriguez è tutt’oggi animatrice ospitale sulla sua celebre terrazza dell'Avana di gruppi di giovani inquieti, desiderosi di ricercare una propria originalità poetica.

lunedì 1 luglio 2019

IDEA VILARIÑO

LA POETICA DELLA DISTANZA 

Idea Vilariño nasce nel 1920 a Montevideo da una famiglia dagli ideali progressisti. Il padre, Leandro, è un poeta ed intellettuale anarchico ed i figli esprimono nei loro nomi i valori presenti in ambito familiare, legati alla cultura simbolista: Alma, Idea, Azul, Poema e Numen. 
L’infanzia di Idea trascorre difficile, a causa della sua salute cagionevole anche se lei la ricorda come un’infanzia felice, nonostante tutto. Nel giro di tre anni muoiono la madre, un fratello e d il padre e questo lascia in lei una traccia indelebile. 
Negli anni Cinquanta inizia la sua militanza politica, legata ai gruppi radicali della Sinistra. 
Si afferma come scrittrice, poeta, insegnate, traduttrice e critica letteraria. 
Idea Vilariño appartiene alla generazione poetica uruguaiana del 1945, della quale facevano parte Juan Carlos Onetti, Mario Benedetti, Amanda Berenguer e molti altri. 
Trascorre il 1954 in Europa, tra Svezia, Francia e Spagna ed in questo stesso periodo sviluppa quella che verrà definita la sua poesia “militante”, In seguito comincia a scrivere canzoni che saranno divulgate da cantautori e musicisti uruguaiani. 
Il suo impegno politico e la sua natura forte ed irriducibile la porteranno a vivere in una condizione d’isolamento e di solitudine. 
Inizia un’intensa corrispondenza epistolare con lo scrittore Juan Carlos Onetti, col quale intrattiene un’appassionata storia d’amore di cui ci resta testimonianza in “Poemas de amor” pubblicati nel 1957. Si tratta di un amore difficile, segnato da rotture e riconciliazioni, alimentato dalla distanza e reso conflittuale dai loro caratteri, fieri ed eccentrici. Pur amandosi, non erano fatti per stare insieme. Lui si sposò quattro volte, lei una. 
Nel 1972 Idea Vilariño sposa Jorge Liberati, un suo ex allievo, studioso di filosofia e la loro unione dura per dieci anni. 
Le viene assegnata la cattedra di Letteratura Uruguaiana all’Università di Montevideo, ma dopo tre anni abbandona l’insegnamento, delusa ed amareggiata dalle difficoltà che deve affrontare in ambito lavorativo a causa del malfunzionamento istituzionale. 
Nel 1987 il valore della sua opera poetica viene riconosciuto dal Premio Municipal de Literatura. 
Trascorre gli ultimi anni della sua vita ritirata tra il suo appartamento di Montevideo e la sua casa di villeggiatura a Las Toscas, una località sul mare. 
Muore a Montevideo nel 2009. 

Le sue raccolte poetiche sono: 
· La suplicante (1945). 
· Cielo Cielo (1947). 
· Paraíso perdido (Número. 1949). 
· Por aire sucio (Número. 1950). 
· Nocturnos (1955). 
· Poemas de amor (1957). 
· Pobre Mundo (1966). 
· Poesía (1970). 
· No (1980). 
· Canciones (1993). 
· Poesía 1945 - 1990 (1994). 

Le tematiche della sua poetica si sviluppano intorno a tre linee principali: l’amore, la notte e la povertà. 
L’amore è visto come ricerca continua ed inesausta dell’assoluto, che si scontra con il lato notturno ed oscuro dell’esistenza che con tutte le sue contraddizioni rivela la miseria e la povertà in cui versa l’uomo. Solo attraverso la pietas e il riconoscimento del guasto e della ferita si può sperare in una giustizia possibile ed in una possibile armonia. 

CARTA II 
Estás lejos y al sur
allí no son las cuatro
recostado en tu silla
apoyado en la mesa del café
de tu cuarto
tirado en una cama
la tuya o la de alguien
que quisiera borrar
- estoy pensando en ti 
no en quienes buscan
a tu lado lo mismo que yo quiero -.
Estoy pensando en ti 
ya hace una hora
tal vez media
no sé.
Cuando la luz se acabe
sabré que son las nueve
estiraré la colcha
me pondré el traje negro
y me pasaré el peine.
Iré a cenar
es claro.
Pero en algún momento
me volveré a este cuarto
me tiraré en la cama
y entonces tu recuerdo
qué digo
mi deseo de verte
que me mires
tu presencia de hombre que me falta en la vida
se pondrán como ahora
te pones en la tarde
que ya es la noche
a ser
la sola única cosa
que me importa en el mundo. 

Il suo testamento poetico può considerarsi racchiuso in questi suoi versi: 
Non abusare delle parole / non prestar loro / troppa attenzione. 
IDEA VILARIÑO, da “Poesia completa” 

Lucia Guidorizzi

lunedì 13 maggio 2019

MEIRA DALMAR

UN CANTO D’AMORE E DI ASSENZA NELL’OMBRA DEL GIARDINO

Meira Delmar, (il cui vero nome è Olga Isabel Chams Eljach) nasce il 21 agosto 1922 a Barranquilla, da genitori libanesi trasferitisi in Colombia.
Cresce circondata di libri, molti dei quali in lingua araba, e sua madre le fa conoscere, ancora bambina, il poeta libanese Jalil Gibran.
In Colombia allora poche erano le voci femminili nel panorama poetico nazionale ed ancor oggi, nelle antologie di poesia colombiana, si nota la netta prevalenza di autori uomini.
A maggior ragione la sua voce poetica si fa sentire, intensa, straordinaria, dirompente, eppure discreta ed appartata, nel mondo intellettuale colombiano.
La sua partecipazione alla vita pubblica e sociale non è intensa, ma costante e significativa.
A nove anni, insieme alla famiglia, fa un viaggio in Libano, il luogo delle sue radici e da questo viaggio riporta moltissimi ricordi ed impressioni che in seguito ricorrono nella sua opera poetica. 
Affascinata dal suo paese d’origine, che si affaccia sul Mar Mediterraneo e caratterizzato da montagne altissime, da foreste di cedri, lo evoca nelle sue poesie come un luogo ricco di storie, di magie e di aromi. Ne ricorda i giardini segreti, pieni di fontane, esuberanti di fioriture, tra cui spicca, circondata da un’aura mistica di sensualità e di mistero, la rosa, il fiore simbolico per eccellenza.
Adolescente, nel 1937, sceglie di adottare lo pseudonimo Maira Delmar in occasione della pubblicazione delle sue prime poesie “Tú me crees de piedra”, “Cadena”,” Promesa “e” El regalo de la lluvia” affinchè la sua famiglia, severa e tradizionale e gli amici non riconoscano in lei l’autrice, ma anche per il suo grande amore per il mare.
Sempre nel 1937 viene ricordata nella sezione “Poetesse d’America” in una rivista dell’Avana chiamata “Vanidades”.
In seguito alle insistenze dei suoi amici nel 1942 pubblica il suo primo libro “Alba de olvido” e nel 1999 questo libro figurerà nell’elenco delle cento migliori opere di poesia colombiana: in questo elenco Meira Delmar compare come unica donna.
Dopo la pubblicazione, decide di inviare una lettera con il suo libro a Juana de Ibarborou che viene molto apprezzato ed accolto in modo lusinghiero. 

In quegli anni in Colombia si diffonde il movimento poetico “Piedra y cielo”che prende il nome dal titolo di un libro di Juan Ramon Jimenez e che influenza numerosi poeti e letterati nonostante non vi partecipi direttamente.
E’ amica di Garcia Marquez, Obregon e Alvaro Cepeda anche se non frequenta i bar dove si riuniscono gli intellettuali perché a quel tempo non era considerato di buon occhio che una ragazza di buona famiglia entrasse in locali pubblici.
In seguito, Meira Delmar diventa una delle prime donne ispanoamericane in grado di sradicare gli stereotipi di genere in un’epoca in cui era diffusa una mentalità tradizionalista ed è una delle prime donne in Colombia a ricoprire cariche pubbliche.

Tra le sue opere più significative si ricordano:

· Alba de olvido (1942)
· Sitio del amor (1944)
· Verdad del sueño (1946)
· Secreta isla (1951)
· Huésped sin sombra, Antología (1971)
· Reencuentro (1981)
· Laúd memorioso (1995)
· Alguien pasa (1998)
· Pasa El Viento: Antología Poética 1942-1998 (2000)
· Viaje al Ayer(2003)

Nel 1958 viene nominata Direttrice della Biblioteca Pubblica Dipartimentale dell’Atlantico e tiene questa carica per trentasei anni.
Nella sua vita non si è mai sposata mai, pur avendo atteso l’amore, ma questo non è arrivato per lei anche se la sua vita è ricca di amicizie profonde e di grandi successi letterari che ironicamente definisce una ricompensa per non essere stata fortunata in amore.
Eppure, nonostante questa mancanza, i suoi versi sono pieni di tensione amorosa, nostalgia, mancanza, ricerca dell’impossibile. Sono versi vibranti di desiderio e d’immaginazione, pervasi da una dolce sensualità.
Meira Delmar muore il 18 marzo 2009 ad ottantasei anni a Barranquilla, il luogo dove è nata e viene riconosciuta come una delle più grandi voci della poesia ispanoamericana.

Raíz antigua

No es de ahora este amor.

No es en nosotros
donde empieza a sentirse enamorado
este amor por amor, que nada espera.
Este vago misterio que nos vuelve
habitantes de niebla entre los otros.
Este desposeído
amor, sin tardes que nos miren juntos
a través de los trigos derramados
como un viento de oro por la tierra,
este extraño
amor,
de frío y llama,
de nieve y sol, que nos tomó la vida,
a leve, sigiloso, a espaldas nuestras,
en tanto que tú y yo, los distraídos,
mirábamos pasar nubes y rosas
en el torrente azul de la mañana.

No es de ahora. No.
De lejos vine
-de un silencio de siglos,
de un instante
en que tuvimos otros nombres y otra
sangre fugaz nos inundó las venas-,

este amor por amor,
este sollozo
donde estamos perdidos en querernos
como en un laberinto enamorado.

In suo onore nel 2008 è stato creato il Premio Nazionale di Poesia Meira Delmar che premia, riconosce e divulga annualmente il più importante libro di poesie pubblicato e scritto da un poeta colombiano, residente nel paese o all'estero. 

Lucia Guidorizzi

domenica 14 aprile 2019

OLGA OROZCO

LA CARTOMANTE E L’ORACOLO

Poco sappiamo di lei, della sua biografia, delle sue vicende personali, ma conosciamo bene la sua poesia, i suoi versi profetici che si snodano come oracoli sibillini, carichi di fatalità e di mistero.
E’ come se la sua vita si fosse ritratta in un guscio d’ombra, lasciando invece risplendere la sua parola poetica.
Olga Orozco nasce nel 1920 a Toay (La Pampa, Argentina) da Carmelo Gugliotta, siciliano di Capo d’Orlando, ma sceglierà di adoperare nel mondo della poesia il cognome della madre, Cecilia Orozco).
Ancora bambina si trasferisce a Bahia Blanca, un luogo che per lei rimarrà sempre l’incantato Eden della memoria, dell’assenza e della nostalgia. Bahia Blanca verrà evocata spesso nei suoi versi come luogo di felicità e pienezza.
Il padre le fa conoscere i classici della letteratura italiana, Dante, Petrarca, Alfieri, ma Olga amerà tantissimo tutti i grandi della letteratura europea, San Giovanni della Croce, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Nerval, Rilke, Milosz e tanti altri.
Si laurea a Buenos Aires in Lettere e Filosofia e, pur non essendo ascrivibile al contesto surrealista della generazione poetica argentina degli anni Quaranta, la si può affiancare ad essa, per le sue conoscenze e frequentazioni.
Olga Orozco è poeta, scrittrice e giornalista e nel corso della sua vita riceve molti premi e riconoscimenti letterari tra cui il Gran Premio della Società Argentina degli Scrittori (1989), la Medaglia d’argento dell’Anno Machadiano all’Università di Torino (1989) e il Premio Juan Rulfo (1998).
La sua opera poetica, seducente e magnetica per la sua ricchezza linguistica, è tutta tesa a “fissare le vertigini”, “vedere l’invisibile” a ritrovare “le sillabe disperse di un codice perduto”.
Nei suoi versi compaiono molte presenze femminili ispirate alla leggendaria figura della nonna: vecchie sagge, sciamane, fattucchiere, straniere, vagabonde, il cui carisma enigmatico esercita un immenso potere di fascinazione, evocando il mondo arcaico della Pampa argentina.
La parola di Olga Orozco ha connotati seducenti, visionari, profetici e la sua voce scandisce i versi con una sonorità sacrale e magnetica.
Oltre alla poesia, si dedica allo studio dell’astrologia e della cartomanzia ed attraverso la lettura dei tarocchi si avventura nel mondo dell’occulto: come la Pizia, dialoga con l’invisibile, traendone auspici, cercando di esorcizzare la morte e i suoi fantasmi.
Nei suoi versi lunghi che fluiscono ininterrotti, si sgrana la visione ancestrale dell’Universo in un profetare continuo.
In questo perenne corpo a corpo con l’invisibile, affiorano le presenze delle grandi veggenti del mondo antico come Cassandra, la Sibilla Cumana, la Pizia stessa.
In lei la poesia si fa arcano e rivelazione, mistero ed epifania.

La sua opera:

Desde lejos (1946)
Las muertes (1952)
Los juegos peligrosos (1962)
La oscuridad es otro sol (1967)
Museo salvaje (1974)
Veintinueve poemas (1975)
Cantos a Berenice (1977)
Mutaciones de la realidad (1979)
La noche a la deriva (1984)
Páginas de Olga Orozco (1984) (Antología con prólogo de Cristina Piña)
En el revés del cielo (1987)
Con esta boca en este mundo (1994)
También la luz es un abismo (1995)
Relámpagos de lo invisible (1998) (Antología)
Eclipses y fulgores (1998) (Antología)
Últimos poemas (2009)
El jardín posible (2009) (Antología con prólogo de Marisa Negri)
Poesía Completa (2012) (Adriana Hidalgo Editora)

La sua poesia indaga sull’aspetto iniziatico dell’esistenza umana, ed il suo farsi veggente scandaglia le pieghe del divino, consapevole della sua dimensione segreta ed occulta, in cui Dio stesso si fa presenza di un’assenza.
Olga Orozco muore a 79 anni, a Buenos Aires, in seguito ad un attacco cardiaco, ma l’eco dei suoi versi risuona ancora, profetico ed oracolare, tra le pagine più alte della poesia ispanoamericana.

En el final era el verbo

Como si fueran sombras de sombras que se alejan las palabras,
humaredas errantes exhaladas por la boca del viento,
así se me dispersan, se me pierden de vista contra las puertas del silencio.
Son menos que las últimas borras de un color, que un suspiro en la hierba;
fantasmas que ni siquiera se asemejan al reflejo que fueron.
Entonces ¿no habrá nada que se mantenga en su lugar,
nada que se confunda con su nombre desde la piel hasta los huesos?
Y yo que me cobijaba en las palabras como en los pliegues de la revelación
o que fundaba mundos de visiones sin fondo
para sustituir los jardines del edén sobre las piedras del vocablo.
¿Y no he intentado acaso pronunciar hacia atrás todos los alfabetos de la muerte?
¿No era ese tu triunfo en las tinieblas, poesía?
Cada palabra a imagen de otra luz, a semejanza de otro abismo,
cada una con su cortejo de constelaciones, con su nido de víboras,
pero dispuesta a tejer ya destejer desde su propio costado el universo
y a prescindir de mí hasta el último nudo.
Extensiones sin límites plegadas bajo el signo de un ala,
urdimbres como andrajos para dejar pasar el soplo alucinante de los dioses,
reversos donde el misterio se desnuda,
donde arroja uno a uno los sucesivos velos, los sucesivos nombres,
sin alcanzar jamás el corazón cerrado de la rosa.
Yo velaba incrustada en el ardiente hielo, en la hoguera escarchada,
traduciendo relámpagos, desenhebrando dinastías de voces,
bajo un código tan indescifrable como el de las estrellas o el de las hormigas.
Miraba las palabras al trasluz.
Veía desfilar sus oscuras progenies hasta el final del verbo.
Quería descubrir a Dios por transparencia.

Lucia Guidorizzi

venerdì 22 marzo 2019

ALAIDE FOPPA

LO SMALTO SULL’ASSENZA 

Ci sono poeti la cui parola col passare del tempo si fa sempre più vivida e luminosa: tanto più la loro assenza si fa gravosa ed ineluttabile, tanto più la loro scrittura prende voce, vibra di una presenza che non può essere dimenticata. 
Le parole di Alaide Foppa hanno questo timbro e risuonano sempre più nitide proprio a causa del silenzio in cui sono state sepolte. 
Di lei non sappiamo più nulla dal 1980, da quando è desaparecida, svanita, dissolta nel nulla proprio per essere stata capace di esprimersi. 

Alaide Foppa, poeta, scrittrice, femminista, traduttrice, critica ed insegnante, nasce nel 1914 in Spagna, da madre guatemalteca e da padre argentino. 
Di formazione cosmopolita, vive tra Italia, Belgio, Argentina, fino a quando, nel 1943, prende la nazionalità guatemalteca. 
Fortemente impegnata nel sociale, partecipa alle campagne di alfabetizzazione ed è infermiera volontaria. 
Si sposa con Alfonso Solorzano, un intellettuale comunista che negli anni Cinquanta è membro di due governi in Guatemala. Nei tempi oscuri della dittatura, il Messico offrirà loro asilo politico. 
Adelaide Foppa ha cinque figli, ma questo non le impedisce di essere una donna emancipata ed impegnata, poeta, insegnante, traduce i sonetti di Michelangelo, è fondatrice della rivista Fem ed istituisce una cattedra di sociologia femminile all’Università di Città del Messico. 

Tra le sue opere poetiche ricordiamo: 

· El ave Fénix: Las palabras y el tiempo. España (1945). 
· Poesías. México (1945). 
· La sin ventura. México (1955). 
· Los dedos de mi mano. México (1958). 
· Aunque es de noche. México (1959). 
· Guirnalda de primavera. México (1970). 
· Elogio de mi cuerpo. México (1970). 
· Poesía. Guatemala: serviprensa centroamericana (1982). 

Il 1980 è un anno terribile per lei: muore uno dei suoi figli impegnato nella guerriglia guatemalteca e il marito rimane ucciso in un misterioso incidente stradale. 
Adelaide Foppa torna in Guatemala e scompare in questo stesso anno, a Città del Guatemala e nonostante molte persone abbiano assistito al sequestro, da allora di lei non si sa più nulla. 

La sua sparizione e il silenzio che la circonda sono una ferita ancora aperta. Dalla sua penna sgorga una poesia forte, intensa, consapevole della responsabilità del canto, un canto d’amore per un paese in cui molte donne e molti uomini sono stati cancellati nel corso di una guerra civile durata dal 1960 fino al 1996: trentasei anni in cui le forze governative del Guatemala hanno compiuto un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione Maya, violando i diritti umani dei civili, eliminando gli avversari politici, annientando sindacalisti, religiosi, giornalisti e bambini di strada. 

La sua opera poetica ci ricorda la responsabilità della parola nell’esprimere il dissenso davanti alla violenza perpetrata dalle forze cieche della violenza e della sopraffazione, la volontà di sciogliere un canto che oltrepassi ogni confine, per riconoscere l’appartenenza ad una dimensione autenticamente umana volta alla ricerca della conoscenza oltre ogni scacco ed ogni resa. 

Mujer 

Un ser que aún no 
Acaba de ser, 
No la remota rosa 
Angelical, 
Que los poetas cantaron. 
No la maldita bruja que 
Los inquisidores quemaron. 
No la temida y deseada 
Prostituta. 
No la madre bendita 
No la marchita y burlada 
Solterona. 
No la obligada a ser buena 
No la obligada a ser mala. 
No la que vive 
Porque la dejan vivir 
No la que debe siempre 
Decir que sí. 
Un ser que trata 
De saber quién es 
Y que empieza a existir. 

Lucia Guidorizzi 

mercoledì 30 gennaio 2019

GLAUCE BALDOVIN E LA TUNICA INFUOCATA DELLA POESIA

Mi destino no està escrito en las lineas de la mano,/està en el Universo./L’origen el tiempo y el espacio:/la gigantesca espiral de la Historia:/ese milagro.” 
G.Baldovin 

Glauce Baldovin nasce in Argentina, a Rio Quarto, Cordoba, nel 1928. La sua famiglia è poverissima, ma ricca di storia ed immaginazione, Fin da piccola Glauce è una lettrice vorace ed autodidatta. 
Secondo le sue stesse parole, il sole è la sua prima fonte di ispirazione e quando ha nove anni gli dedica un poema. 
La sua vita si snoda negli anni duri e difficili della dittatura, di cui soffre le dolorose conseguenze. E’ distrutta dal dolore per il sequestro di uno dei suoi figli, un altro si ammala gravemente e muoiono entrambi. 

Queste esperienze s’imprimono profondamente nella sua scrittura, come un marchio infuocato. 
Infatti tematiche ricorrenti nelle sue poesie sono l’ inquietudine profonda, il dolore, la vertigine. I suoi versi brucianti come braci incandescenti sono un grido contro l’ingiustizia e il dolore, un invito a rompere gli argini e i limiti del linguaggio per esondare, oltrepassare, divenire altro nell’oltre. 
Nel 1972 Glauce Baldovin ottiene il premio Casa de las Americas con il romanzo “La militancia”. 
Tra le sue numerose opere si ricordano: “Poemas”, 1986, “Libro de soledad”, 1989, “Libro del amor”, 1993, “El rostro en la mano”, 2006, “Promesa postergada – Huesped en el Laberinto”, 2009. 

La sua produzione poetica è impegnata politicamente, ma a partire dai settettant’anni sceglie di abbandonare il realismo socialista per avvicinarsi al surrealismo argentino e si fa ispirare dalle letture di Saint John Perse, Ernesto Cardenal, Pablo Neruda e Olga Orozco. 
Nelle sue opere aleggiano la forza, l’impeto e la consapevolezza di chi vive nella tempesta. 
Riceve molti apprezzamenti e riconoscimenti, ma mantiene sempre un atteggiamento distaccato nei confronti della notorietà. 
Afferma : “Ammirazione è una parola borghese.” Sottolineando così il fatto che chi ammira qualcuno riconosce un ordine gerarchico, manifestando un atteggiamento di sottomisssione. 

Muore a Cordoba nel 1995. 
Nel 2018 la casa editrice Caballo Negro pubblicata le sue opere complete con il titolo “Mi signo es de fuego. Obra completa.” 

De Paloma pantera 

Al morir 

con certeza mi hermana gemela me dejó su vida 

prendida al ombligo 

para que yo viviera por ella y por mí. 

Este yugo que me unce 

el peso de milenarias piedras sobre los hombros 

y su voz que es sólo un rumor 

desvela a la paloma a la pantera 

a la locura que se viste de rojo y violeta 

se restriega las manos mientras patina haciendo ochos sobre el piso 

las paredes 

el techo de la casa. 



Yo miro aturdida 

confundiendo mi cama con un tren que vuela enloquecido en busca del sol. 

Glauce Baldovin è testimone di un’epoca, di una condizione umana ed esistenziale e racconta nei suoi versi la spoliazione, la perdita. Oggetto della sua poesia è l’esperienza di un dolore privato che diviene collettivo. La luce delle sue immagini folgoranti diviene un grido di denuncia. Solo riconoscendo il dolore e l’orrore e raccontandoli è possibile salvarsi, a livello individuale e collettivo.

Lucia Guidorizzi

venerdì 14 dicembre 2018

ROSARIO CASTELLANOS

IL FEMMINILE ETERNO 

Debe haber otro modo que no se llame Safo
ni Mesalina ni María Egipciaca
ni Magdalena ni Clemencia Isaura.
Otro modo de ser humano y libre.
Otro modo de ser.
Rosario Castellanos, “Meditación en el umbral” [fragmento] 

Rosario Castellanos nasce nel 1925 in una famiglia originaria del Chiapas che si trovava di passaggio a Città del Messico. Trascorre la sua infanzia a Comitàn, una città del Chiapas ed in questo ambiente tradizionale ha l’opportunità di osservare la cultura degli indios tzotzil. Ciò le offre l’opportunità di conoscere il mondo dei nativi e i suoi primi romanzi sono influenzati da questa esperienza in quanto vi sono descritti personaggi femminili forti e determinati che si trovano a vivere in conflitto con una società ancora arcaica e tradizionale. 
Il fratello ed il padre muoiono che lei è ancora bambina, in seguito si trasferisce a Città del Messico ed inizia a frequentare Ernesto Cardenal, Jaime Sabines e Augusto Monterroso ed altri intellettuali del tempo. Studentessa introversa ed insofferente nei confronti di una società dominata e gestita dagli uomini, dopo essersi diplomata in filosofia, impara ad esprimere la sua specificità, diventando una figura chiave della letteratura messicana e del movimento femminista latinoamericano. 
Insegna filosofia nelle Università del Wisconsin, del Colorado e dell’Indiana. 
Le sue raccolte poetiche più significative sono: “Trayectoria del polvo” 1948, “De la vigilia esteril”1950, “Al pie de la letra” 1959, “Livida luz”1960, “Materia memorable”1960. 
I temi cari alla sua scrittura sono l’amore, la solitudine, la morte, ma anche il femminismo e la forza di resistenza. 
Ottiene importanti riconoscimenti come nel 1960 il Premio Xavier Villaurrutia e nel 1962 il Premio Suor Juana Ines de la Cruz ed altri altrettanto significativi. 
Nel 1958 si sposa col professore di filosofia Ricardo Guerra dal quale nel 1961 ha un figlio, Gabriel. Il marito, filosofo marxista, non è in grado di apprezzare la sua passione ed il suo talento letterario ed in casa le tensioni divengono insopportabili per cui si separa da lui tredici anni dopo. 
Per il resto della sua vita si dedica assiduamente alla difesa dei diritti delle donne, diventando un simbolo del femminismo ispanoamericano. 
Nel 1971 pubblica “Album de familia” in cui si narra la storia di una sposa novella che si accorge con disincanto di tutti gli obblighi che le derivano dal matrimonio, tra i quali cucinare, tacere ed obbedire allo sposo. 
Sempre nel 1971 è nominata ambasciatrice del Messico in Israele e lavora presso l’Università Ebrea di Gerusalemme. 
Muore nel 1974 a Tel Aviv, a quarantanove anni, in seguito ad un incidente dovuto ad una scarica elettrica. 
Il Fondo de la Cultura Economica pubblica postuma nel 1975 la sua opera teatrale “El eterno femenino”, ambientata in un salone di bellezza, come omaggio all’autrice scomparsa prematuramente nell’anno internazionale della donna. 
Nel 2017 viene prodotto dalla regista Natalia Beristain il film “Los adioses”, biografia che racconta la vita, il pensiero e le scelte di Rosario Castellanos, mettendo in luce gli aspetti più segreti ed intimi della sua personalità. 

Destino 
Matamos lo que amamos. Lo demás
no ha estado vivo nunca.
Ninguno está tan cerca. A ningún otro hiere
un olvido, una ausencia, a veces menos.
Matamos lo que amamos. ¡Que cese esta asfixia
de respirar con un pulmón ajeno!
El aire no es bastante
para los dos. Y no basta la tierra
para los cuerpos juntos
y la ración de la esperanza es poca
y el dolor no se puede compartir. 
El hombre es ánima de soledades,
ciervo con una flecha en el ijar
que huye y se desangra. 
Ah, pero el odio, su fijeza insomne
de pupilas de vidrio; su actitud
que es a la vez reposo y amenaza. 
El ciervo va a beber y en el agua aparece
el reflejo del tigre. 
El ciervo bebe el agua y la imagen. Se vuelve
-antes que lo devoren- (cómplice, fascinado)
Igual a su enemigo. 

Damos la vida solo a lo que odiamos. 
Rosario Castellanos è una donna che, come tante altre, per seguire la sua vocazione poetica e scritturale ha dovuto pagare un prezzo alto per potersi esprimere liberamente e per difendere le donne ispanoamericane, prigioniere dei loro ruoli in una società conservatrice e diffidente nei confronti della loro libera espressione artistica. 

Lucia Guidorizzi 

sabato 17 novembre 2018

GIOCONDA BELLI

CORPO IN FORMA DI PAROLA

Chi ha avuto la fortuna d’incontrare Gioconda Belli non può dimenticare il calore della sua presenza che emana un’intensa energia vitale e carnale di accoglienza. 
La sua poesia è come lei: forte, generosa, consapevole, presente a se stessa. 
L’ho incontrata a Venezia, in occasione del Festival Internazionale “Incroci di civiltà” 2018 e mi ha subito colpito la sua fisicità potente, la fisicità di una donna che pur avendo attraversato molte tempeste ha sempre saputo tenere in pugno la barra del timone per far procedere la sua navigazione sulle acque tempestose della vita. 
Il suo nome le assomiglia: Gioconda, poiché lieto è il modo con cui sa andare incontro alle situazioni, permeato da quell’allegria consapevole di chi non teme di passare anche attraverso il dolore e il conflitto, e Belli, perché è bellissima nella consapevole e piena accettazione di sé. 
Gioconda Belli nasce in Nicaragua, a Managua, il 9 dicembre 1948 da una benestante famiglia borghese di origini italiane: ciò le permette di viaggiare e di studiare in Spagna e poi in America, dove completa gli studi a Filadelfia, diplomandosi in giornalismo. 
I suoi interessi sono vivaci e molteplici, nel 1970, tornata in patria, comincia a pubblicare le sue poesie, ottenendo riconoscimenti a livello internazionale. 
Impegnata politicamente, fa parte del Fronte Sandinista di Liberazione Internazionale, viene mandata in esilio dal regime di Somoza, trascorrendo due anni in Costa Rica. 
In seguito alla vittoria del Fronte di Liberazione, torna in Nicaragua, dove ricopre varie cariche politiche fino al 1994, anno in cui lascia la vita pubblica per dedicarsi sempre più al giornalismo e alla letteratura. 
Pubblica nel 1987 la raccolta di poesie “De la costilla de Eva” e nel 1988 il suo primo romanzo, “La mujer abitada” che avrà successo a livello internazionale. Il libro, dai risvolti autobiografici, racconta le storie intrecciate di due donne appartenenti ad epoche diverse, la prima che entra nel movimento rivoluzionario sandinista nel Nicaragua oppresso dalla dittatura di Somoza, e l’altra, una donna nahua, che cinquecento anni prima, lotta contro l’invasione spagnola. 
Pubblica altri tre romanzi: “Sofia de los Presagios” 1990, “Waslala”1996 e “El pais bajo mi piel” 2011. 
Contemporaneamente pubblica anche altre raccolte poetiche: “El ojo de la mujer” 1990, e “Apogeo” 1997. 
Gioconda Belli dal 1990 vive in California, a Santa Monica, dedicandosi pienamente alla scrittura e viaggiando spesso per diffondere la sua poesia. 

La sua poesia è sincera e generosa, parte sempre dall’esperienza diretta e proprio in virtù di questa onestà sa farsi strumento di riscatto anche per le altre donne. E’ una poesia che racconta come si possa vivere anche all’interno delle contraddizioni, come afferma lei stessa: 
“Sono stata due donne e ho vissuto due vite. Una delle due donne voleva far tutto secondo i canoni classici della femminilità: sposarsi, fare figli, nutrirli, essere docile e compiacente. L’altra aspirava ai privilegi maschili: sentirsi indipendente, essere considerata per se stessa, avere una vita pubblica, la possibilità di muoversi, amanti. Ho consumato gran parte della vita alla ricerca di un equilibrio tra queste due donne, per unirne le forze, per non essere dilaniata dalle loro battaglie a morsi e graffi. Penso di avere ottenuto, alla fine che entrambe le donne coesistessero sotto la stessa pelle. Senza rinunciare a sentirmi donna, credo di essere riuscita a essere anche uomo.” 
Per questo, quando scrive, lo fa in nome di tutte le donne che come lei cercano un difficile equilibrio emotivo in mezzo a tutte le difficoltà che comporta il desiderio di una piena realizzazione. La sua voce è un faro che illumina le coscienze di quante non si accontentano, ma desiderano raccogliere ogni sfida possibile e prima tra tutte quella di esprimersi poeticamente. 

Consejos para la mujer fuerte 

Si eres una mujer fuerte
protégete de las alimañas que querrán
almorzar tu corazón.
Ellas usan todos los disfraces de los carnavales de la tierra:
se visten como culpas, como oportunidades, como precios que hay que pagar. 

Te hurgan el alma; meten el barreno de sus miradas o sus llantos
hasta lo más profundo del magma de tu esencia
no para alumbrarse con tu fuego
sino para apagar la pasión
la erudición de tus fantasías. 

Si eres una mujer fuerte
tienes que saber que el aire que te nutre
acarrea también parásitos, moscardones,
menudos insectos que buscarán alojarse en tu sangre
y nutrirse de cuanto es sólido y grande en ti. 

No pierdas la compasión, pero témele a cuanto conduzca
a negarte la palabra, a esconder quién eres,
lo que te obligue a ablandarte
y te prometa un reino terrestre a cambio
de la sonrisa complaciente. 

Si eres una mujer fuerte
prepárate para la batalla:
aprende a estar sola
a dormir en la más absoluta oscuridad sin miedo
a que nadie te tire sogas cuando ruja la tormenta
a nadar contra corriente. 

Entrénate en los oficios de la reflexión y el intelecto
Lee, hazte el amor a ti misma, construye tu castillo
rodéalo de fosos profundos
pero hazle anchas puertas y ventanas. 

Es menester que cultives enormes amistades
que quienes te rodean y quieran sepan lo que eres
que te hagas un círculo de hogueras y enciendas en el centro de tu habitación
una estufa siempre ardiente donde se mantenga el hervor de tus sueños. 

Si eres una mujer fuerte
protégete con palabras y árboles
e invoca la memoria de mujeres antiguas.
Has de saber que eres un campo magnético
hacia el que viajarán aullando los clavos herrumbrados
y el óxido mortal de todos los naufragios. 

Ampara, pero ampárate primero
Guarda las distancias
Constrúyete. Cuídate
Atesora tu poder
Defiéndelo
Hazlo por ti
Te lo pido en nombre de todas nostra 

Lucia Guidorizzi