venerdì 12 dicembre 2014

PERCHÉ TUTTI SIAMO AYOTZINAPA di Silvia Favaretto



L’assassinio di chi mette a repentaglio la propria vita per chiedere giustizia è un dolore che tutta l’umanità deve sentire nel proprio corpo, e a maggior ragione quando vittime di ciò sono ragazzi giovani. Per 43 volte abbiamo ricevuto questa pugnalata, lo scorso 26 settembre, dal Messico: 43 ragazzi tra i 16 e i 26 anni sono stati sequestrati in una zona di estrema povertà ed ingrossano ora le file dei “desaparecidos” di cui da decenni si sente parlare, non solo in territorio messicano. La morte è sempre un fatto tragico, ma ancora più aberrante è quando avviene per mano dello Stato, dall’entità cioè che dovrebbe prendersi cura del benessere dei propri cittadini, garantendogli diritti, libertà d’espressione, e sancendo l’illegittimità di qualsiasi crimine perpetuato nei confronti dell’essere umano.
I 43 ragazzi mesicani si dirigevano quel giorno dalla loro piccola comunità verso  la città di Iguala, come avevano fatto altre volte, con l'intento di  chiedere appoggio economico per poter sostenere la loro scuola, la “Raúl Isidro Burgos” a Chilpanchingo, e per organizzare una manifestazione commemorativa il 2 ottobre, altra data tragicamente nota nella loro patria (il massacro di studenti a Città del Messico nel 1968).
Gli autobus in cui viaggiavano i ragazzi sono stati fermati dalla polizia federale all'ingresso della città e poco dopo, non è ancora chiaro il motivo, i federali hanno aperto il fuoco. Hanno subito ferito due giovani, e ne hanno sequestrato un terzo. Inoltre nella sparatoria sono morti una signora che in quel momento passava in taxi, e un giocatore di calcio che viaggiava in un altro autobus con la sua squadra e l’autista. In seguito il numero degli studenti scomparsi aumentò a 43.
Secondo fonti non ufficiali i giovani sequestrati sono stati consegnati ai narcos mentre, lo stesso giorno, la signora María de los ángeles Pineda Villa, moglie del sindaco di Iguala, José Luis Abarca,  doveva rendere noto il suo operato come presidentessa del DIF (Desarrollo Integral de la Familia). Ad oggi la signora Pineda è segnalata dalla Procuradoría General de la República come una dei tre mandanti dell’assassinio di 6 persone e la scomparsa di 43 ragazzi. Gli atri due accusati sono il sindaco Abarca e Felipe Flores Valázquez, segretario della Sicurezza Pubbilca Municipale. Si considera che il movente fosse appunto l’intenzione di non permettere ai giovani manifestanti di sabotare l’atto pubblico della primadonna Pineda Villa. La stampa messicana fa sapere che la moglie del sindaco proviene da una famiglia con implicazioni nel mondo del crimine: suo padre e almeno tre dei suoi fratelli sono accusati di avere vincoli col crimine organizzato e i narcotrafficanti che esportano droga negli Stati Uniti (due di loro sono stati assassinati nel 2009 per un regolamento di conti).
La versione ufficiale data dalla PGR (Procuradoría General de la República), che è quella che circola nei mass media, non ha fondamento scientifico, come dichiara l’artista messicana Concepción García Sánchez nell’articolo apparso nel nostro blog: “lo Stato dichiara che sono stati bruciati in una notte di pioggia, poi le ossa rimaste sono state sminuzzate, raccolte in dei sacchetti di plastica gettati in un fiume. Una spiegazione alquanto sbrigativa e che non regge! Perché per bruciare una persona ci vogliono da 1400/1800 gradi Fahrenheit e circa 3 ore; sarebbe stato possibile bruciarne 43 in una notte di pioggia?”.
Il risultato di questo complotto del “Narco-Stato” è che decine di ragazzi che si preparavano per diventare maestri delle scuole elementari e medie, per il solo fatto di richiedere delle condizioni più giuste e di protestare contro la corruzione, sono stati fatti sparire. La richiesta dei loro familiari di “vivos se los llevaron, vivos los queremos” similare al famoso “aparición con vida” delle Madres de Plaza de Mayo argentine, non  è un appello utopico che non guarda in faccia la realtà, è una maniera di non far insabbiare il caso finchè giustizia non sia fatta.
In tutto il mondo, in seguito ai tragici avvenimenti di Ayotzinapa, sono sorte spontaneamente manifestazioni di protesta contro il governo messicano, atti di ripudio verso gli attuali governanti e marce di solidarietà nei confronti delle famiglie degli scomparsi. Degli artisti centroamericani, tra cui poeti da noi stimati come Lourdes Soto e Perla Rivera, dell’Honduras, e il salvadoreño Otoniel Guevara, si sono coordinati allo scopo di organizzare eventi simultanei ognuno nel proprio paese; il tam tam ci è giunto dal poeta costaricano Randall Roque.
Il Progetto 7LUNE, con sede a Venezia, si vuole unire formalmente al coro di voci che stanno insorgendo a chiedere giustizia, e lo fa con l’organizzazione di una lettura di poesie e canzoni sulla tematica dei diritti umani in America Latina che si terrà il 28 dicembre prossimo,  alle ore 16,30 presso la Casa dei diritti sociali, in Campo Santa Margherita a Venezia, in cui ci appoggerà anche l’Associazione Amicizia Italia Cuba, sezione Venezia.
Ci proponiamo di far giungere la storia dei 43 “normalistas” anche agli studenti di qui, poiché crediamo che sia importante la presenza di giovani italiani che possano identificarsi nella lotta dei loro coetanei messicani, affinché la richiesta di giustizia sia un’unica voce di ragazzi da tutto il mondo. Tutta l’umanità deve sentirsi indignata di fronte a queste aberrazioni. Tutti siamo Ayotzinapa!

Nota bene: Durante la manifestazione chi vorrà potrà dare un segno tangibile di solidarietà a questa causa facendosi fotografare con il cartello da noi preposto “Io sono Ayotzinapa”: le foto saranno inserite nel nostro blog e pagina Facebook e si aggiungeranno alle diverse manifestazioni di solidarietà che vengono inviate ai familiari degli scomparsi. Anche le persone che non potranno essere presenti a Venezia ma che intendono “mettere la faccia” a favore di questa causa, possono fotografarsi a mezzo busto con un cartello bianco che dice “Io sono Ayotzinapa” ed inviarcelo all’indirizzo email: info7lune@gmail.com con il proprio nome e cognome, sarà nostra cura raccoglierle e pubblicarle nella pagina dell’evento e farle giungere in Centramerica.


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