giovedì 15 gennaio 2015

La lenta luce del tropico. Antologia poetica, Eugenio Montejo, a cura di Martha Canfield

Il 44% di tutte le specie volatili sudamericane solca i cieli del Venezuela: azulejos, gorriones, alcatrices, ibis, gufi e tordi neri. Ed ora, spiccano il volo da “La lenta luce del tropico”, antologia poetica di Eugenio Montejo (edizioni Le Lettere, 18 euro), ed invadono anche il nostro cielo italiano grazie a un volume curato da Martha Canfield e tradotto da Luca Rosi.

Montejo, studioso, critico e membro del famoso gruppo letterario venezuelano legato alla rivista “Poesía”, offre al lettore una raccolta intensa ed originale, il cui tema fondante è il rapporto dell’uomo con la natura, e della natura con l’eternità: la sacralità della natura (l’antico desiderio celebrato dal poeta) si traduce nel divenire simbolo del tropico, luogo dell’immanenza e allo stesso tempo parabola di trascendenza per gli esseri che lo abitano, manifestazione di una divinità nostalgica, appena intravista da un "io" poetico che è tale in quanto percepisce il canto sommesso delle creature animate.

Una poesia, quella di Montejo, che corre a svegliare gli Dei addormentati e custoditi nel petto dei passerotti, e li desta scherzosamente come fa il tordo che ci sveglia nelle mattine estive, pigolando dai rami dell’albero dirimpettaio. I versi di Eugenio Montejo presentati al pubblico italiano in questa preziosa antologia, ci aiutano a riconoscere la divinità che giace nella gola vibrante del gallo e nella gioia segreta che fa esplodere le cicale.
Interessante e degno di nota è il costante riferimento dell’autore venezuelano all’arte dello scrivere, l’intertestualità e la metaletterarietà che ritorna in questa selezione antologica, così come un aspetto non trascurabile: sono poesie, quelle presentate nella collana Latinoamericana, di una straordinaria serenità, di un accordo con l’armonia del mondo, un’ode all’imperituro e alla trascendenza.
Si respira, in queste pagine, la profonda gioia di sentirsi circondato da una natura che l’uomo inutilmente cerca di sopprimere con il suo cemento e con le mura anguste della città: inutilmente poiché anche se il gracile corpo della cicala soccombe ai suoi effimeri giorni di vita, il suo canto diviene immortale, echeggia nel tempo e nello spazio a dismisura, rompendo le barriere del hic et nunc.
Una poesia dunque che si stacca dal consueto sfondo del dolore e della disperazione per approdare invece alla fiducia e a un sentimento di piena comunione con il creato: “Credo nella vita sotto forma terrestre (...) dappertutto piena di orizzonti” afferma con forza Montejo in “Credo alla vita” ed afferma orgoglioso di essere ateo solo nei riguardi della morte. Morte che appare fugacemente come il coltello d’un incubo o forse solo come perdita di un passato mitico, come abbandono dell’infanzia e del paradiso vegetale ad essa legato, che purtuttavia si recupera nel sogno, nella chimera. La leggenda e l’amore sono il luogo adibito al recupero di quanto perduto: un tesoro custodito tra torri ed arcobaleni, come la pentola d’oro conficcata nella terra, perché è dalla terra che sboccia la vita e il suo ricordo. Perché è nella terra che si custodisce il passato: ed è così che, parlando dei propri antenati, l’autore s’identifica con le sue zolle e dice “Io sono il campo dove sono sepolti”.
E la terra di Montejo è il fertile humus del Tropico, topografia del suo destino e geografia spirituale del suo peregrinare (metaforico e non) nei territori venezuelani così come in quelli oltreoceano. La patria del poeta è la poesia stessa, l’unico luogo di appartenenza che, tuttavia, in Montejo viene fondata nel suo Venezuela natale che è al tempo stesso origine e fine della sua poetica: “Niente porto con me / (chi va nei llanos sa che non può riportare / quella che sopravviva nelle città) / salvo sensazioni, / stupori, / poesia / e lo sguardo diretto degli uomini (...)”.
Il Venezuela natio è il luogo lontano dalla neve, / laddove la terra gira più lentamente (...) (p.81) e allo stesso tempo una terra fertile, sentimentale, amara, / che non si lascia possedere, / non sarà nostra né di nessuno / ma perfino nell’ombra noi le apparteniamo (p. 67).
La riflessione sulla metaletterarietà è costante: la pagina è bianca come la neve e le parole su di essa scritte sono corvi neri, che volano ubriacando la vista del poeta. E la poesia stessa, attraversa la terra in solitudine, / appoggia la sua voce sul dolore del mondo / e niente chiede / - nemmeno parole.
Gli alberi sono creature vive, spirituali e carnali, mentre gli uomini sono involucri vuoti, come vestiti che si tolgono, come le ombre cadute dai loro numi. Dalle pagine di questa nuova antologia le pietre ululano nella notte, ebbre, folli, mentre l’autore non riesce a decifrare l’alfabeto del mondo. Ma noi, attraverso lui, decifriamo il canto raggiante della poesia ispanoamericana, che da oggi ci offre un nuovo grande autore tradotto in lingua italiana.

“Sueños de Origami”, Perla Rivera, Goblin editores, Tegucigalpa, 2014

“Origami” è l’antica arte orientale della costruzione di figure piegando la carta. Un oggetto inanimado con un foglio bianco di carta, si anima attraverso una semplice manipolazione umana, esattamente come in qualsiasi forma d’arte, che da un semplice supporto acquisisce forma, incanto e vita, grazie a una qualche idea e azione ingegnosa di un essere umano illuminato: ciò vale per un pittore che trasmette emozioni mescolando i colori su una tela, per uno scultore che intaglia un blocco di pietra estraendone una figura elegante o inquietante e, in fine, per uno scrittore che macchiando d’inchiostro los tesso foglio inanimato degli origami, parla direttamente all’anima del lettore con una poesia o un’intera plaquette. È il caso della poeta honduregna Perla Rivera che, col suo primo libro, “Sueños de origami” pubblicato dalla Goblin Editores, irrumpe nella scena letteraria mondiale con un libro destinato a lasciare un segno, vediamo perché.
Dalla copertina del libro, una grú d’origami, si tiene delicadamente in equilibrio su di una sola gamba: è un equilibrio precario , lo stesso che si respira per tutto il libro. L’insieme di poesie presentate offre una sensazione extremamente unitaria, una stessa tensione che lega, sostiene ed evoca immagini da ognuno dei versi: una città grigia (“ciudad confusa” e “calle de concreto”), sconosciuta pur essendo la propria città, inquieta la poeta circondandola; gli stessi abitanti di sempre non la riconoscono: “El vendedor de periódicos/ -acostumbrado a saludarme-/ olvida mi nombre”, il paesaggio di sempre deviene una sterile palcoscenico di “buses” e “cipreses”. La città è il corpo stesso della scrittrice, percorso da una senzazione di estraneamento e lontananza, nominato solo attraverso i suoi contenitoi estreñí: la pelle (“lagos son los poros de mi piel”) e i vestiti (“Me visto con la sonrisa ajustada/ y mi chaqueta de siempre” o “un vestido rasgado” o “tus camisas”). La poeta rinunia alla sua spontaneità e alla sua innocenza, veste per l’occasione una maschera di smorfie, per soprvvivere alla crudeltà dei giorni. Ma esiste, nella fitta nebbia angosciante di quest città crudele, uno spiraglio di luce: l’amore, come unica salvzza possibile, unico bagliore che mette al riparo dall’illusione e dall’isolamento. È un affidarsi completo al sentimento assoluto: “He aprendido a morir con certidumbre/ a sonreír en silencio/ y a ver a través de las únicas ventanas/ que amanecen para mí; / tus ojos”. Questo primo libro di Perla Rivera, costituito per la maggior parte da poesie brevi e delle prose poetiche alla fine, è intenso ed emozionante fino alle ultime pagine, senza risparmiare al lettore lo sprofondare nell’angoscia ma lasciando anche una fessura aperta ad un luminoso avvenire: “de nuevo estoy junto al borde, eligiendo barcos y retomando el canto”. C’è un nuovo inizo possibile, un cammino diverso che si apre per l’autrice, messa al riparo da un amore nuevo, sensuale (“La armonía de tu cadera/ nos une”) e la speranza e la sicurezza che le conferiscono i suoi stessi versi: “y cada noche/ un verso me recoge en el vacío”.

Noche de colibríes, di Xánath Caraza, lobo estepario press, Chicago, 2014


Noche de colibríes è una plaquette poetica di Xánath Caraza fuori dal comune, per diverse ragioni. La prima, che si nota inmediatamente avvicinandosi alla pubblicazione: il formato; è un libretto voluminoso, di circa 60 pagine, contrariamente alla consuetudine, che vuole la plaquette come un’edizione sottile di poche pagine e rilegatura semplice, a volte solo con graffette. L’ elegante pubblicazione della lobo estepario press ha invece l’aspetto di un libro completo, ben rilegato e che ha molto da offrire. E il contenuto non lo smentisce, anzi. La plaquette sui-generis mantiene la sua peculiarità anche nella presentazione interna: si tratta di poesie ecfratiche, ovverosia accompagnano dei quadri che li hanno ispirati o ai quali sono dedicati. Questo fa sì che ognuna delle 14 poesie di Xánath Caraza,presentate in lingua originale, spagnolo, e nella versione inglese di StephenHolland-Wempe, siano arricchite da 14 bellissime immagini che adornano ulteriormente questa plaquette rendendola un vero gioiello a cominciare dalla sua estetica. Ed ora, il contenuto: la poeta messicana attraverso abili pennellate disegna in ogni poesia un quadro personale che fa leva sull’immagine originale pur rendendola una opera ancora più nitida nella mente del lettore, approfittando della capacità alchemica della poesia.Questo succede perchè l’autrice, da anni residente negli Stati Uniti, dove si dedica all’insegnamento universitario, riesce a trasmettere attraverso le sue parole, immagini che chiamano in causa tutti i cinque sensi: vista (colori e forme), udito (rumori e suoni), olfatto (odori e profumi), gusto (sapori e aromi) e tatto (temperatura e consistenza). Un esempio di ciò è la poesia MIEL nel quale la poeta descrive con maestria il quadro “La flor de guayaba” di Israel Nazario, utilizzando colori di pietre preziose (in questa poesia lapislazzuli e madreperla ma in altre diamanti e giada…) che ravvivano la vista, l’olfatto(“perfume entretejido”), tatto (“humedad” e “el primer contacto”, “densa”), il gusto (“guayabo” e “chupa delicadamente la miel”) e l’udito (“Música suave”).Perciò, il richiamo a tutti i sensi risveglia nel lettore una sensazione completa ed avvolgente, lasciandolo vinto ai piedi della poesia.
In fine, l’anticonvenzionalità di questa plaquette risiede anche nello spirito che impregna le pagine: spirito mesoamericano ancestrale (“Pájarossiguiendo la última luna llena del calendario maya”) che accompagna la scrittrice e il lettore, nella lettura di questa plaquette particolare e di pregio.

Borderline, Andrés Norman Castro, Editorial Chuleta de cerdo, Quetzaltenango, Guatemala, 2014


“Border line” è la nuova uscita della “Serie poética club” edita da Chuleta de cerdo editorial, quest’anno.
Il suo autore, Andrés Norman Castro, è un giovane e talentoso insegnante di San Salvador che, dal 2010 si è anche rivelato un interessante poeta con i suoi precedenti versi in “Al sexto día” e “Embutido de ángel y bestia”. Le poesie di questo nuovo libro, della casa editrice guatemalteca, arrivano dirette al lettore, come piccole frecce intrise di quel veleno di rana letale. Un libro senza orpelli questo di Andrés Norman Castro, estremamente contemporaneo, colmo di una forza e di una aggrassività fuori dal comune, scabro, nudo, che ti lascia con le spalle al muro e senza alibi: “Yo quise nacer de un huevo, para ser dejado a la intemperie en un nido maltrecho por una pájara cualquiera, sin que me calentara, ni me alimentara, ni me enseñara, ni me abriera un crédito de vida a plazo eterno y con cuotas diarias”.
Sfacciato, questo libro inveisce contro gli ipocriti colossi del nostro tempo e si rivolge anche direttamente a un amato-odiato Dio: “Padre nuestro que estás lejos de acá,/ a veces no entiendo por qué luchas por nosotros/ si tantas veces te hemos hecho sentarte a llorar./ Mejor vete lejos,/ donde no hayan otros como nosotros/ y haya un Andrés que te escriba odas/ en vez de estas líneas”.
Eppure queste pagine che mi sono giunte in dono dall’autore stesso, duante la mia permanenza al Salvador per il II Festival de poesía de Santa Ana, sono anche estremamente soffuse di tenerezza per il piccolo figlio Gabriel e di amore passionale per Delia, sua moglie. È, nonostante tutto, un libro d’amore: di sentimento reale, carnale, quotidiano, di quello che significa amare la propria famiglia, trovarvi rifugio e trincea per affrontare le costanti imboscate della vita: “Cuando nos reconstruimos / sobre la explanada del corazón / entendí que mi hogar no era otro/ que esas cuatros paredes de aguamiel / que fluyen desde tu pecho / y donde me hospedo / junto al fruto que nos robamos / del árbol de la Vida/ y que apodamos Gabriel”.

Gasterópodo, Marisol Vera Guerra, Ediciones El Humo, México, 2014.



Dalla femminilità scrive Marisol Vera Guerra, non una femminilità tradizionle e sottomessa, dolce e piacevole, ma dalla femminilità nuova del Ventunesimo Secolo: una donna che sa esattamente qual’è il suo posto (ovverosia in ogni posto), qual’è il suo ruolo (un ruolo tipicamente suo solo perchè è lei ad averlo suelto e non perchè gli sia stato imposto da altri) e che non ci sono limiti all su forza ed energia, nemmeno la morte che solo se glielo prmettiamo ci limita.
Il “gasterópodo”(molluschi dotati di guscio) che da il titolo a questo libro è Marisol stessa, con la sua casa sulle spalle, conchiglia e rotica che vagabondeggia, perché la sua casa è lei stessa ed è la poesia ad abitarla. Come lei e diverse da lei sono le donne “que viven dentro de una casa/ esto puede parecer normal/ completamente lógico/ porque/ para eso sirven las casas/ para ser habitadas por Ellas”. Uno stesso genere, una stessa sofferenza, uno stesso amore controverso le costringe tra le quattro pareti domestiche, ma Marisol ha scelto un altro cammino, ha scelto la Libertà. E proprio per questo è divenuta lei stessa la sua casa così come la casa di chi ama. Lei, è abitata da una bimba. E perciò è guscio e alimento, rifugio e custode, involucro e protezione, recipiente e grotta. Per l’uomo non c’è spazio –se non momentaneo, utilizzabile, limitato al piacere- dentro a questa casa, poiché lui è in grado di costruire solo pareti fragili, che crollano ad un semplie respiro: “el otro animal sin concha llega a la mitad del día/ a vaciar la jarra de leche en el lavamanos/ a ensillar el caballo y a pulir las aldabas/ mientras Ellas abrazan las paredes como madreselvas/ soportando el peso exacto de la construcción”. La dimora del corpo è l’unico luogo in cui può riposare la coscienza, assieme alla poesia: “el aire que sube por la tubería es su sangre/ livianita oscura tibia al menos/ hasta que la cáscara del tiempo se desgaja”.
La famiglia è quella casa che nella poesia di Marisol appare come la naturale prosecuzione del suo corpo: “veo dormir a mis hijos/ pequeños guisantes blancos envueltos por la calma/ cíclica/ matemáticamente/ ensamblados al continente del cuerpo”.
C’è una identificazione, in questo libro, dell’autrice con un personaggio mitologico che allo stesso tempo rinnega: Arianna che appare come símbolo della donna dimessa appartenente al passato, ma che continua a lasciare traccia nella coscienza di molte: “ahora/ voy perdiendo el ansia de volar/ detesto mi reflejo/ inútil geometría en un pozo de mercurio (...) como Ariaghne/ pobre pobrecilla/ aguardando al amante/ que vendrá con sangre de toro en los puños/ ¡tantos siglos!/ y las mujeres seguimos quedándonos dormidas a la orilla del océano”.
Commovente, la presenza dei suoi figli lungo tutta l’opera (Marisol è la giovane mamma di tre bimbi in tenera età) e le scene da lei disegnate così nitidamente (la poeta è anche artista) ci ctapultano nella sua intimità cuotidiana, come quando la donna trova a terra una noce (“pequeña y sola autocontenida en su mundo sola”) facendoci percepire l’autoidentificazione di donna incinta con quell’oggetto naturale, e la salvifica e noncurante reazione del figlio che, ricevendo la noce in regalo, la rompe perterra regalandole a sua volta un ricordo: “se la he obsequiado a mi hijo/ él la estrella contra el suelo y dice te acuerdas mami/ cuando partíamos nueces/ en nuestra otra casa con un tubo rojo/ eran tan duras como ésta”. Il bimbo della poesia, così come i nostri figli, custode della memoria, è capace di mostrare il lato della vita che vale la pena di vivere, e ci allontana dalla tragedia, semplicemente continuando ad andare avanti con leggerezza.
Ma Arinna e i figli di Marisol non sono gli unici personaggi ch popolano il corpo-libro-casa dell’autrice. Ci sono alcuni riferimenti colti ai quali allude lungo l’opera (Eraclito, Yeats, Blake) e voglio qui menzionare Sor Juana Inés de la Cruz, ad esempio, celebre monaca mesicana del XVII secolo che si dedicò alla vita monastica per avere l’opportunità di studiare e non finire la sua vita in quell’altra gabbia che presupponeva, a quei tempi, la vita familiare di una donna. Marisol si dirige direttamente a Juana, “ínclita viajera de los sueños”: “quién sería / mi confesor en aquel claustro/ si hubiésemos dormido abrazadas el hábito”.
La chiocciola che Marisol porta addosso è una vertigine che tutto attrae e dal suo centro ulula: “yo/ soy un mapa un grito/ lluvia espiral que vuelve al centro de su sobresalto”.
È una donna che ha provato il sapote amaro della vita quella che scrive, e tuttavia continua a mordere quel latte avvelenato che alimenta la poesia “porque la realidad no existe es una mera palabra/ para cubrir esos incómodos huecos en el pensamiento/ dejados por dios al concluir su obra”. E l’opera della crittrice mexicana si concluye, invece, con il racconto (in forma di poesia e anche di opera teatrale) di quello che è lo straordinario, spaventoso e miracoloso momento di dare alla luce un altro essere umano: “no hay lluvia esta mañana/ sólo un ulular de vidrio en/ mi corazón/ largo pasillo donde las mujeres/ sangran/ como flores”. La poeta-donna deviene uno con la natura-creazione: “el graznido de los cuervos al zurcir el tiempo/ ese minuto insano y triste que devora/ un poema entre la hierba/ donde las mariposas sueñan que son Yo soñándolas” ed ancora, nel pezzo teatrale: “¿Es éste el rostro de una mujer encinta?/ Algo tiembla, aquí dentro, y no logro definir/ si es un grito o un anfibio.” Un libro scritto con graffi sulla pelle, questo di Marisol Vera Guerra, così affamato di verità, e così traboccante di amore per la vita.

Antologia poetica LAS DE HOY, Ediciones Paradiso, Tegucigalpa, Honduras, 2014

Nel campo degli studi di letteratura ispanoamericana si guardava con curiosità alla produzione poetica dell’Honduras, chiedendosi in quale modo il Colpo di Stato del 28 giugno 2009 avrebbe segnato le attuali generazioni di poeti che hanno patito le conseguenze della censura, della violenza, dell’instabilità economica ed emozionale che vivere sotto tale pressione genera. Un primo assaggio di ciò che può produrre l’energia poetica sprigionata in seguito ad un contenimento forzato, è raccolto in questa Antologia poetica edita nel novembre 2014 dalla Casa Editrice Paradiso di Tegucigalpa e che presenta alcune delle più interessanti nuove voci potiche della generazione di scrittrici onduregne marcate dagli anni del Golpe. Tutte donne, salvo un autore, Euclides Valdés Flores, che tuttavia non si discosta dal nerbo e vigore che accompagna gli esiti poetici delle colleghe. Le tematiche eterogenee racchiuse da questi versi, vuoi esplicitamente rivolti all’erotismo, vuoi centrati sull’attuale situazione sociale, vengono affrontate tuttavia con la stessa freschezza e osano una passione in altri momenti forse più sopita, nelle lettere del paese centroamericano. Ad una prima lettura appare evidente che la denuncia alla situazione politica vissuta non avviene in maniera diretta e dichiarata, tuttavia la scelta di tematiche inerenti figure familiari si configura come una sorta di attaccamento ai veri valori umani che scaturisce nei prodotti letterari dei paesi in guerra, o sotto dittatura più o meno celata. L’amore è inevitabilmente presente anche nella poesia di queste giovani promesse della letteratura centroamericana, ma lungi dall’essere beato ed eterno, viene invece rappresentato nella vivida fiammata dell’ora. La ricerca espressiva delle (degli) appartenenti a Las de hoy, si spinge fino ad assumere emblemi femminili significativi quali Eva e Persefone nei versi della più esperta del gruppo, la poeta Anarella Vélez Osejo. In fine una raccolta interessante quella antologata nel libro delle Ediciones Paradiso, che ci permette di gettare una prima occhiata a quelle voci che di sicuro sentiremo risuonare nel panorama letterario centroamericano dei prossimi decenni.

mercoledì 14 gennaio 2015

BAJO TU EMBRUJO. Victoria Gómez

Bajo la luna llena de terciopelo,la madre primeriza acunaba a su recién nacido.

Bajo la luna llena de menta, el escritor llamaba a sus musas.

Bajo la luna llena de Agosto, Humphrey Bogart besaba a Ingrid Bergman en el cine de verano.

Bajo la luna llena de hiel el hombre lobo llegó a París a buscar a su víctima.

Y por fin, bajo la luna de miel, los amantes se encontraron para buscar un beso furtivo.


Cuento seleccionado del blog Adelamicro que junta textos de enfermos de Ela (Esclerosis Lateral Amiotròfica). Para participar de la selecciòn reservada a los afectados por la Ela ver la convocatoria. 

BAJO LA LUNA LLENA. Juan José García Alcañiz

Fermincito era un niño de siete años que una noche de verano paseaba de la mano de su padre por el parque.

- Papá ¿eso es la luna llena?, dijo, señalando la gran bola que colgaba del cielo, reluciente.
- Sí, hijo mío, eso es la luna llena, brillando con todo su esplendor.
- Papá ¿De qué está llena?
- De sueños, ilusiones y esperanza.
- Pero esas cosas no se pueden ver.
- Para eso tiene tanta luz, además cada uno ve sus propios sueños.
- Y ¿Por qué se vacía?
- No se vacía.
- Pero, para que se vuelva a llenar, antes tiene que vaciarse.
- Ya te he dicho que no se vacía, le caben todos los sueños, ilusiones y esperanzas.
- Y ¿Por qué no se ve así todos los días?
- Porque tiene una cara oculta.
- Aahh! 

Fermincito mantuvo unos segundos de silencio, para alivio del padre.

- ¿Cómo sabes que tiene una cara oculta; si no se ve?
- Todo el mundo lo sabe.

Al niño no le convenció la respuesta, pero notaba que el tono de su padre había cambiado, y guardó un prudente silencio.
Por fin se ha callado, pensó el padre, pero el silencio duró muy poco.

-¿Sabes si vive alguien en la luna? 


Cuento seleccionado del blog Adelamicro que junta textos de enfermos de Ela (Esclerosis Lateral Amiotròfica). Para participar de la selecciòn reservada a los afectados por la Ela ver la convocatoria. 

CUENTO DE NAVIDAD. Fernando Bueno

En un día frío de invierno, cerca de las fechas de Navidad, en el tronco de un árbol de hallaba una pequeña ardilla que estaba un poco enferma.

Esta pequeña ardilla vivía con su familia, pero aun así se sentía un poco triste porque creía que estaba sola ya que estaba malita. La madre de esta pequeña ardilla siempre intentaba animarle, pero no veía que mejorara su estado de ánimo, por lo que pensó en hacer una gran cena de Navidad con sus vecinos del bosque.

La madre de la pequeña ardilla, mandó a su hijo a buscar un montón de castañas, nueces, frutos... Mientras ella fue a visitar a todos sus vecinos para hacerle una sorpresa a su hijo.

El día de Navidad, la pequeña ardilla se sentía peor que nunca porque no podía disfrutar de esta celebración con nadie, pero para su sorpresa cuando llegó la noche, empezó a sonar el timbre de la puerta, una y otra vez, y entraba un olor genial de la cocina. Salió de su habitación y se encontró con todos sus vecinos, un gran banquete, montones de regalos y empezó a sentirse feliz.

Al final de la noche, después de haber comido y conversado con todo el mundo, volvió a sentirse algo triste, ya que sentía que volvería a quedarse solo. Pero no fue así, cada día después de ese día de Navidad, alguien venía a visitarle, a hablar con él, a salir a dar una vuelta por el bosque, y nunca más volvió a sentirse triste y solo.

(La Navidad une a las personas y hace ver al resto que todo el mundo necesita compañía y amor)


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LA SIRENA Y EL PESCADOR. Valentina Velázquez

Volvía a pasar. Empezaba la semana de Carnaval y mi padre partía ilusionado, como un adolescente, tras el ritual que preludiaba lo de tantos años: “un beso por papá y por mamá, que te quieren mucho”. Esta vez, el abuelo no tuvo más remedio que contarme la historia de sus vidas, que también era la mía.

Fue en Carnaval. Mi padre, que es pescador, iba disfrazado de Capitán, y conoció a una Sirena. Todos llevaban audaces disfraces, pero la Sirena fue la más aplaudida por su rara belleza y su hipnótico canto. Y se enamoraron. El último día, la Sirena pidió a las deidades marinas ser completamente humana. Y decidieron vivir juntos. Cuando nací yo, Ondina, la felicidad parecía completa. Pero mi madre no soportó la nostalgia del mar, y un día de viento y tormenta, el agua se la llevó. Desde entonces la permiten volver una semana al año; si estuviera más, moriría.

Por eso mis padres viven intensamente la semana de Carnaval... como si no amaneciera nunca.

Desde niña, por las noches, oigo una bella canción que me habla del mar. Me arropa y mece en las largas noches de insomnio y pesadillas.

...Y es por eso que en Carnaval mi disfraz es tan peculiar: mi estilizada cola de pez, la túnica vaporosa y de colores indescriptibles, mi cara plateada; y unos largos y ondulados cabellos azules, donde se mueven las estrellas y los caballitos de mar, al son de mi alegre canto.


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RECORDANDO SENSACIONES FANTÁSTICAS. Gloria González Ortega

Esta vez mi amiga y su Reiki me ayudaron a convertirme en una niña pequeña; y mira que tengo casi 53 años (que poderes tiene Rocío, ¡jajaja!).   

Yo era una niña pequeña  que quería sentir la agradable -y casi olvidada- sensación de volver a tragar. Y gritando como una loca, bebía y bebía de un arroyo. El agua estaba muy fresquita. ¡Qué placer daba cuando pasaba por la garganta!

Luego me fui a un kiosco cercano; y me pedí todo tipo de refrescos, granizados, helados y todas las cosas frías que había por allí. ¡Qué placer sentía al bajar por mi garganta todo tan fresquito!

Cuando llegó el momento de pagar yo no tenía dinero suficiente e insistía dónde tenían que ir a cobrar, porque mis padres les iban a pagar. Pero los del kiosco me decían que jamás habían visto a nadie que con tanto placer tomara todo; y no como una glotona, ”que es lo propio de la edad”, decían, y decidieron invitarme. 

Cuando me despedí de ellos, les di las gracias por hacerme recordar todo aquel festival de sabores tan fantásticos y aquellas sensaciones tan maravillosas y magníficas. Ellos no podían entender porqué decía eso, pero les impresiono que yo hablara de esa forma. Al despedirnos, quedamos como grandes amigos y me dijeron que siempre que fuera por allí, pasara a verlos.

Cuando me desperté, que fue como siempre al final de la sesión de Reiki, volví a tener otra vez esta saliva espesa y gomosa que se me queda pegada en la garganta. Pero ¡qué feliz fui recordando todas aquellas sensaciones maravillosas y fantásticas que ya casi tengo olvidadas!


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Arte e Poesia di malati di SLA

Qualche mese fa abbiamo aperto un bando con l'intenzione di realizzare una delle nostre plaquette 7LUNE dedicata esclusivamente a poeti e artisti malati di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) con la speranza di pubblicarla a giugno in occasione della giornata della SLA. Purtroppo non abbiamo ricevuto materiale sufficiente per realizzare un'intera plaquette ma vogliamo comunque condividere con voi 5 testi provenienti da Italia, Spagna e Ispanoamerica, che vi proponiamo in traduzione bilingue di Silvia Favaretto. Le immagini ad accompagnare ogni poesia sono di Stella Boni, gentilmente prestate dal figlio, che ringraziamo, così come ringraziamo i poeti che hanno voluto dare forma alla loro ispirazione in queste righe.



Victoria Gómez (Spagna)

BAJO TU EMBRUJO


Bajo la luna llena de terciopelo,
la madre primeriza acunaba a su recién nacido.

Bajo la luna llena de menta,
el escritor llamaba a sus musas.

Bajo la luna llena de Agosto,
Humphrey Bogart besaba a Ingrid Bergman en el cine de verano.

Bajo la luna llena de hiel
el hombre lobo llegó a París a buscar a su víctima.

Y por fin, bajo la luna de miel,
los amantes se encontraron para buscar un beso furtivo.


SOTTO IL TUO INCANTESIMO

Sotto la luna piena di velluto,
la neomamma cullava il suo bebè appena nato.

Sotto la luna piena di menta,
lo scrittore convocava le sue muse.

Sotto la luna piena di Agosto,
Humphrey Bogart baciava Ingrid Bergman nel cinema all’aperto.

Sotto la luna piena di fiele,
l’uomo lupo arrivò a Parigi in cerca della sua vittima.

Ed in fine, sotto la luna di miele,
gli amanti s’incontrarono in cerca di un bacio furtivo.



Paolo Marchiori (Italia)


LA SUA LUCE


Inciampai un giorno e caddi.
Steso sul letto guardai.
E vidi dalla finestra
entrare
senza avvertire
senza bussare
angoscia e disperazione.
Vidi l’oscurità
e crebbe in me la paura.
Mi si appiccicò
e non mi abbandonò.
Immobile e prigioniero
mi prese gambe..braccia
e..continuò.
Non potevo far nulla
e mi sconvolsi e piansi.
Nelle notti silenziose
si sommavano i pensieri.
E poi all’improvviso
apparve un bagliore.


SU LUZ

Tropecé un día y me caí.
Tendido en mi cama miré.
Y vi desde la ventana
entrar
sin llamar
sin golpear
angustia y desesperación.
Vi la oscuridad
y creció en mi el miedo.
Se me pegó
y no me abandonó.
Inmóvil y prisionero
me tomó las piernas... los brazos
y... siguió.
No podía hacer nada
me derrumbé y lloré.
En las noches silenciosas
se sumaban los pensamientos.
Y luego, de repente
apareció un resplandor.



Fredy Vega Romero (Colombia)


MI MAYOR DESEO


Estrellita de los deseos…
Te pido porque mi papito Pueda volver a caminar
Para ir de nuevo al parque Donde juntos solíamos jugar

Trébol de cuatro hojas…
Te pido porque mi papito Pueda volver a hablar
Y me siga leyendo los cuentos Un poco antes de irme a acostar

Fuente de los deseos…
Te pido porque mi papito Nunca deje de sonreír
Porque con una sonrisa suya Él hace de mi vida un mundo más feliz

Arco iris de mil colores…
Te pido porque mi papito Pueda su guitarra volver a tocar
Y que con sus notas musicales Él me enseñe a cantar y bailar

Dios que estas en los cielos
Haz que todos mis deseos Se conviertan en realidad
Y devuelvas la salud a los enfermos Y los protejas siempre de todo mal


IL MIO PIÚ GRANDE DESIDERIO

Stella dei desideri...
Ti chiedo che il mio papà possa tornare a camminare
per andare di nuovo al parco dove eravamo soliti giocare assieme

Quadrifoglio...
Ti chiedo che il mio papà possa tornare a parlare
e mi continui a raccontare le favole poco prima che io vada a dormire

Fontana dei desideri...
Ti chiedo che il mio papà non smetta mai di sorridere
perchè con un suo solo sorriso rende la mia vita più felice

Arcobaleno di mille colori...
Ti chiedo che il mio papà possa suonare di nuovo la chitarra
e con le sue note musicali mi insegni a cantare e ballare

Dio che sei nei cieli
Fa che tutti i miei desideri divengano realtà
e ridai la salute ai malati e proteggili sempre da ogni male.



Roberta Scappaticcio (Italia)


MI MANCHI


Sola, in mezzo
alla pioggia
piango con lei,
triste, delusa
da questo cielo nero
MI MANCHI AMORE MIO
non trovo più,
quel cielo stellato,
dove un bacio , ti ho rubato
MI MANCHI AMORE MIO
fra un sospiro e una lacrima,
esprimo un desiderio,
poterti dire,
sei tu, l'amore vero.


TE EXTRAÑO

Sóla, en el medio
de la lluvia
lloro con ella,
triste, desilusionada
por este cielo negro
TE EXTRAÑO MI AMOR
no encuentro más,
aquel cielo estrellado,
en el que un beso te he robado
TE EXTRAÑO MI AMOR
entre un suspiro y una lágrima,
pido un deseo,
poder decirte,
eres tú el amor verdadero.



Valentina Velázquez (Spagna)


IMPRESIÓN NOCTURNA

A eso de la media noche,
ahí estaba,
asomado a la ventana;
esperando que la luz de plata
alumbrara su llegada.
Galopa, galopa, corazón,
al encuentro de tu amada.
Estrellas adornan su cuerpo,
que dejan verle la cara.
-¿Eres tú?
-¿Por quién suspirabas?
-No dudo, ya no…
En mi caballo de nácar,
partimos de madrugada,
antes que el radiante sol
cegara nuestras miradas.
Adelante, corazón,
no dejes de galopar;
aunque sea con luz de plata
no detengas tu soñar.


IMPRESSIONE NOTTURNA

A circa mezzanotte,
era lì,
affacciato alla finestra;
sperando che la luce argentata
illuminasse il suo arrivo.
Galoppa, galoppa, cuore,
verso l’incontro con la tua amata.
Le stelle adornano il suo corpo,
che permettono di vedere il suo volto.
-Sei tu?
-Per chi sospiravi?
-Non ho più dubbi, ora non ne ho più.
Sul mio cavagllo di madreperla,
prima che il sole raggiante
accechi i nostri sguardi.
Avanti, cuore,
non smettere di galoppare,
anche se solo con luce d’argento
non frenare il tuo sognare.

Arte y Poesia de enfermos de ELA

Hace algunos meses, sacamos una convocatoria con la intenciòn de realizar una de nuestras plaquetas 7LUNE dedicada exclusivamente a poetas y artistas enfermos de ELA (Esclerosis Lateral Amiotrofica) con la esperanza de publicarla en junio para la celebraciòn del dìa contra la ELA. Lamentablemente no recibimos suficiente material para realizar una plaqueta entera, pero de todas formas queremos compartir con ustedes 5 textos procedentes de Italia, Espana e Hispanoamerica, que les proponemos en traducciòn blingue de Silvia Favaretto. Las imàgenes que acompanan cada poema son de Stella Boni cuyo hijo amablemente nos las prestò. Se lo agradecemos mucho asì como agradecemos a los poetas que han querido dar forma a su inspiraciòn en estos renglones.



Victoria Gómez (Spagna)

BAJO TU EMBRUJO


Bajo la luna llena de terciopelo,
la madre primeriza acunaba a su recién nacido.

Bajo la luna llena de menta,
el escritor llamaba a sus musas.

Bajo la luna llena de Agosto,
Humphrey Bogart besaba a Ingrid Bergman en el cine de verano.

Bajo la luna llena de hiel
el hombre lobo llegó a París a buscar a su víctima.

Y por fin, bajo la luna de miel,
los amantes se encontraron para buscar un beso furtivo.


SOTTO IL TUO INCANTESIMO

Sotto la luna piena di velluto,
la neomamma cullava il suo bebè appena nato.

Sotto la luna piena di menta,
lo scrittore convocava le sue muse.

Sotto la luna piena di Agosto,
Humphrey Bogart baciava Ingrid Bergman nel cinema all’aperto.

Sotto la luna piena di fiele,
l’uomo lupo arrivò a Parigi in cerca della sua vittima.

Ed in fine, sotto la luna di miele,
gli amanti s’incontrarono in cerca di un bacio furtivo.



Paolo Marchiori (Italia)


LA SUA LUCE


Inciampai un giorno e caddi.
Steso sul letto guardai.
E vidi dalla finestra
entrare
senza avvertire
senza bussare
angoscia e disperazione.
Vidi l’oscurità
e crebbe in me la paura.
Mi si appiccicò
e non mi abbandonò.
Immobile e prigioniero
mi prese gambe..braccia
e..continuò.
Non potevo far nulla
e mi sconvolsi e piansi.
Nelle notti silenziose
si sommavano i pensieri.
E poi all’improvviso
apparve un bagliore.


SU LUZ

Tropecé un día y me caí.
Tendido en mi cama miré.
Y vi desde la ventana
entrar
sin llamar
sin golpear
angustia y desesperación.
Vi la oscuridad
y creció en mi el miedo.
Se me pegó
y no me abandonó.
Inmóvil y prisionero
me tomó las piernas... los brazos
y... siguió.
No podía hacer nada
me derrumbé y lloré.
En las noches silenciosas
se sumaban los pensamientos.
Y luego, de repente
apareció un resplandor.



Fredy Vega Romero (Colombia)


MI MAYOR DESEO


Estrellita de los deseos…
Te pido porque mi papito Pueda volver a caminar
Para ir de nuevo al parque Donde juntos solíamos jugar

Trébol de cuatro hojas…
Te pido porque mi papito Pueda volver a hablar
Y me siga leyendo los cuentos Un poco antes de irme a acostar

Fuente de los deseos…
Te pido porque mi papito Nunca deje de sonreír
Porque con una sonrisa suya Él hace de mi vida un mundo más feliz

Arco iris de mil colores…
Te pido porque mi papito Pueda su guitarra volver a tocar
Y que con sus notas musicales Él me enseñe a cantar y bailar

Dios que estas en los cielos
Haz que todos mis deseos Se conviertan en realidad
Y devuelvas la salud a los enfermos Y los protejas siempre de todo mal


IL MIO PIÚ GRANDE DESIDERIO

Stella dei desideri...
Ti chiedo che il mio papà possa tornare a camminare
per andare di nuovo al parco dove eravamo soliti giocare assieme

Quadrifoglio...
Ti chiedo che il mio papà possa tornare a parlare
e mi continui a raccontare le favole poco prima che io vada a dormire

Fontana dei desideri...
Ti chiedo che il mio papà non smetta mai di sorridere
perchè con un suo solo sorriso rende la mia vita più felice

Arcobaleno di mille colori...
Ti chiedo che il mio papà possa suonare di nuovo la chitarra
e con le sue note musicali mi insegni a cantare e ballare

Dio che sei nei cieli
Fa che tutti i miei desideri divengano realtà
e ridai la salute ai malati e proteggili sempre da ogni male.



Roberta Scappaticcio (Italia)


MI MANCHI


Sola, in mezzo
alla pioggia
piango con lei,
triste, delusa
da questo cielo nero
MI MANCHI AMORE MIO
non trovo più,
quel cielo stellato,
dove un bacio , ti ho rubato
MI MANCHI AMORE MIO
fra un sospiro e una lacrima,
esprimo un desiderio,
poterti dire,
sei tu, l'amore vero.


TE EXTRAÑO

Sóla, en el medio
de la lluvia
lloro con ella,
triste, desilusionada
por este cielo negro
TE EXTRAÑO MI AMOR
no encuentro más,
aquel cielo estrellado,
en el que un beso te he robado
TE EXTRAÑO MI AMOR
entre un suspiro y una lágrima,
pido un deseo,
poder decirte,
eres tú el amor verdadero.



Valentina Velázquez (Spagna)


IMPRESIÓN NOCTURNA

A eso de la media noche,
ahí estaba,
asomado a la ventana;
esperando que la luz de plata
alumbrara su llegada.
Galopa, galopa, corazón,
al encuentro de tu amada.
Estrellas adornan su cuerpo,
que dejan verle la cara.
-¿Eres tú?
-¿Por quién suspirabas?
-No dudo, ya no…
En mi caballo de nácar,
partimos de madrugada,
antes que el radiante sol
cegara nuestras miradas.
Adelante, corazón,
no dejes de galopar;
aunque sea con luz de plata
no detengas tu soñar.


IMPRESSIONE NOTTURNA

A circa mezzanotte,
era lì,
affacciato alla finestra;
sperando che la luce argentata
illuminasse il suo arrivo.
Galoppa, galoppa, cuore,
verso l’incontro con la tua amata.
Le stelle adornano il suo corpo,
che permettono di vedere il suo volto.
-Sei tu?
-Per chi sospiravi?
-Non ho più dubbi, ora non ne ho più.
Sul mio cavagllo di madreperla,
prima che il sole raggiante
accechi i nostri sguardi.
Avanti, cuore,
non smettere di galoppare,
anche se solo con luce d’argento
non frenare il tuo sognare.

sabato 3 gennaio 2015

Editoriale Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE

Presenze sono quelle che abitano le pagine della nuova Plaquette 7LUNE. Presenze lunari da adorare misticamente nell’immagine di copertina dell’artista messicana Cecilia Rodríguez. Delle deità ancestrali ci accompagnanotra i versi dei 7 poeti inclusi in questa nuova selezione: presenza per eccellenza, in agguato alle spalle del lettore, è quella del poeta (Bravo), che dagli anfratti dei componimenti attende il visitatore per aggredirlo e derubarlo, ineluttabili presenze familiari (Cazón) che nonostante la distanza incombono nella quotidianità per dettar legge con la loro presenza-assenza, lo spettro stesso della morte (Meléndez) che appare come un presagio nella sala parto, fantasmi di un’infanzia di campagna diventati amici immaginari che accompagnano la crescita verso il disincanto (Múñoz), presentimenti che abitano il corpo stesso dell’autore (Rivera) e i suoi libri, o che s’incarnano in autori amati con cui dialogare, come AlejandraPizarnik (Guerra), personificazioni persino di una città che invade e popola i suoi abitanti (Yáñez). Presenze, quelle che si staccano da questi 7 componimenti, che ci auguriamo possano abitare il mondo delle percezioni dei lettori italiani che con curiosità e cautela, attraverso la nostra selezione, vi si accostano.


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venerdì 2 gennaio 2015

Dalla Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE: ALEJANDRO BRAVO (Nicaragua)

ha pubblicato, tra gli altri:Tambor con luna (1981) e Merecido tributo (1994).


CUIDADO CON EL POETA

Cada gesto tuyo,
cada sonrisa,
cada beso,
pueden convertirse
en poemas.


ATTENTI AL POETA

Ogni tuo gesto,
ogni sorriso,
ogni bacio,
possono diventare
poesie.


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Dalla Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE: ROMINA CAZÓN (Argentina)

ha pubblicato, tra gli altri:Con misuñas de gata (2008), Patria Ajena (2009), Del fondo de ningúnvientre (2012).


MI MADRE Y EL FELINO

Recibí una carta que viene desde el Sur. Me senté y la leí. Después lloré porque la escribió mamá. Ella dice que me voy a adelantar a morir si fumo demasiado y le creo. Cuando se me olvida fumo. Y al día siguiente me postro en el lecho para pagar la  desobediencia.

Mi madre dice que se pinta el pelo de negro desde mi partida y que encontró la mejor manera de vivir al sustituirme con un gato gordo. Me pregunto si es posible que un gato gordo me reemplace. Y si es así pido perdón porque ya encendí un cigarro para elegir el día de mi muerte. 



















MIA MADRE E IL FELINO

Ho ricevuto una lettera che proviene dal Sud. Mi sono seduta e l’ho letta. Poi  ho pianto perché l’ha scritta mamma. Lei dice che morirò prima se fumo troppo e le credo. Quando me ne dimentico fumo. E il giorno dopo mi prostro nel letto per pagare la disubbidienza.
Mia madre dice che si fa la tinta nera ai capelli da quando me ne sono andata e che ha trovato un buon modo di sostituirmi con un gatto grasso. Mi chiedo se è possibile che un gatto grasso mi rimpiazzi. E se è così chiedo scusa perché mi sono già accesa una sigaretta per scegliere il giorno della mia morte.


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Dalla Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE: MARIO MELÉNDEZ (Cile)

ha pubblicato, tra gli altri: Apuntes para una leyenda (2001), Vuelo subterráneo (2005), La muerte tiene los días contados (2014).

TRES KILOS PESÓ LA MUERTE

Cuando nació la  muerte
nadie quiso tomarla en brazos
era tan fea como las gordas de Botero

No durará mucho
dijo la madre al salir del parto
tan resignada y ausente
como una piedra en medio del temporal

Pero la muerte traía en los ojos
una luz endiablada

un dulce escalofrío de eternidad

Se equivocaron los médicos
y la matrona
y aquel que pasó la noche
llamando a la funeraria

Ahora es un bebé robusto
comentan las enfermeras
y a veces hasta Dios le cambia de pañales


LA MORTE É NATA DI TRE KILI

Quando è nata la morte
nessuno ha voluto prenderla in braccio
era brutta come le ciccione di Botero

Non durerà molto
ha detto la madre a fine parto
rassegnata e assente
come un sasso in mezzo al temporale

Ma la morte aveva negli occhi
una luce indemoniata
un dolce brivido d’eternità

Si sono sbagliati i medici
la levatrice
e quello che ha passato la notte
a chiamare le pompe funebri

Adesso è un bimbo robusto
commentano le infermiere

e a volte persino Dio gli cambia i pannolini


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Dalla Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE: LUIS MUÑÓZ (Colombia)

Ha pubblicato:Reloj de aire (2006).


INFANCIA

Bajo el árbol de las peras
Está la inmensidad del mundo

Viven esos hombres de  maltrechas ruanas
Sombreros achacados de intemperie
Y un gigante gato amarillo

Sólo conversan conmigo
Para que los de la casa
No se rían
 
Debajo de tantas ramas
Caen estrellas apagadas
Y hojas en forma de corazón

Allí la voz del viento

Aquellos hombres
Descolgados  de las ramas
Que nadie más puede oír.


INFANZIA

Sotto all’albero di pere
C’è l’immensità del mondo

Vivono quegli uomini dai ponchos malconci
Cappelli  rovinati dalle intemperie
e un gigantesco gatto giallo

Chiacchierano solo con me
Così quelli che stanno  in casa
non ridono di loro

Sotto a tanti rami
Cadono stelle spente
E foglie a forma di cuore

Lì la voce del vento

Quegli uomini
Tirati giù dai rami
Che nessuno più riesce a sentire.


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Dalla Quinta Plaquette di Poesia Ispanoamericana 7LUNE: ELEAZAR RIVERA (El Salvador)

ha pubblicato: Escombros (2003), Crepitaciones (2006) e Ciudad del Contrahombre & Noctambulario (2008).



ESPÍO MI PENSAMIENTO

Con mis ojos
hurgo el mundo
de los muertos

Abro las puertas
de los libros
y las palabras callan

Busco los rostros
de mis nombres marchitos

En las esquinas
de los signos
encuentro el reflejo
de los huesos sin ventanas.


SPIO IL MIO PENSIERO

Coi miei occhi
frugo nel mondo
dei morti

Apro le porte
dei libri
e le parole si zittiscono

Cerco i volti
dei miei nomi putrefatti

Negli angoli
dei segni
trovo il riflesso

delle ossa senza finestre.


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