giovedì 15 gennaio 2015

Borderline, Andrés Norman Castro, Editorial Chuleta de cerdo, Quetzaltenango, Guatemala, 2014


“Border line” è la nuova uscita della “Serie poética club” edita da Chuleta de cerdo editorial, quest’anno.
Il suo autore, Andrés Norman Castro, è un giovane e talentoso insegnante di San Salvador che, dal 2010 si è anche rivelato un interessante poeta con i suoi precedenti versi in “Al sexto día” e “Embutido de ángel y bestia”. Le poesie di questo nuovo libro, della casa editrice guatemalteca, arrivano dirette al lettore, come piccole frecce intrise di quel veleno di rana letale. Un libro senza orpelli questo di Andrés Norman Castro, estremamente contemporaneo, colmo di una forza e di una aggrassività fuori dal comune, scabro, nudo, che ti lascia con le spalle al muro e senza alibi: “Yo quise nacer de un huevo, para ser dejado a la intemperie en un nido maltrecho por una pájara cualquiera, sin que me calentara, ni me alimentara, ni me enseñara, ni me abriera un crédito de vida a plazo eterno y con cuotas diarias”.
Sfacciato, questo libro inveisce contro gli ipocriti colossi del nostro tempo e si rivolge anche direttamente a un amato-odiato Dio: “Padre nuestro que estás lejos de acá,/ a veces no entiendo por qué luchas por nosotros/ si tantas veces te hemos hecho sentarte a llorar./ Mejor vete lejos,/ donde no hayan otros como nosotros/ y haya un Andrés que te escriba odas/ en vez de estas líneas”.
Eppure queste pagine che mi sono giunte in dono dall’autore stesso, duante la mia permanenza al Salvador per il II Festival de poesía de Santa Ana, sono anche estremamente soffuse di tenerezza per il piccolo figlio Gabriel e di amore passionale per Delia, sua moglie. È, nonostante tutto, un libro d’amore: di sentimento reale, carnale, quotidiano, di quello che significa amare la propria famiglia, trovarvi rifugio e trincea per affrontare le costanti imboscate della vita: “Cuando nos reconstruimos / sobre la explanada del corazón / entendí que mi hogar no era otro/ que esas cuatros paredes de aguamiel / que fluyen desde tu pecho / y donde me hospedo / junto al fruto que nos robamos / del árbol de la Vida/ y que apodamos Gabriel”.

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