giovedì 15 gennaio 2015

Gasterópodo, Marisol Vera Guerra, Ediciones El Humo, México, 2014.



Dalla femminilità scrive Marisol Vera Guerra, non una femminilità tradizionle e sottomessa, dolce e piacevole, ma dalla femminilità nuova del Ventunesimo Secolo: una donna che sa esattamente qual’è il suo posto (ovverosia in ogni posto), qual’è il suo ruolo (un ruolo tipicamente suo solo perchè è lei ad averlo suelto e non perchè gli sia stato imposto da altri) e che non ci sono limiti all su forza ed energia, nemmeno la morte che solo se glielo prmettiamo ci limita.
Il “gasterópodo”(molluschi dotati di guscio) che da il titolo a questo libro è Marisol stessa, con la sua casa sulle spalle, conchiglia e rotica che vagabondeggia, perché la sua casa è lei stessa ed è la poesia ad abitarla. Come lei e diverse da lei sono le donne “que viven dentro de una casa/ esto puede parecer normal/ completamente lógico/ porque/ para eso sirven las casas/ para ser habitadas por Ellas”. Uno stesso genere, una stessa sofferenza, uno stesso amore controverso le costringe tra le quattro pareti domestiche, ma Marisol ha scelto un altro cammino, ha scelto la Libertà. E proprio per questo è divenuta lei stessa la sua casa così come la casa di chi ama. Lei, è abitata da una bimba. E perciò è guscio e alimento, rifugio e custode, involucro e protezione, recipiente e grotta. Per l’uomo non c’è spazio –se non momentaneo, utilizzabile, limitato al piacere- dentro a questa casa, poiché lui è in grado di costruire solo pareti fragili, che crollano ad un semplie respiro: “el otro animal sin concha llega a la mitad del día/ a vaciar la jarra de leche en el lavamanos/ a ensillar el caballo y a pulir las aldabas/ mientras Ellas abrazan las paredes como madreselvas/ soportando el peso exacto de la construcción”. La dimora del corpo è l’unico luogo in cui può riposare la coscienza, assieme alla poesia: “el aire que sube por la tubería es su sangre/ livianita oscura tibia al menos/ hasta que la cáscara del tiempo se desgaja”.
La famiglia è quella casa che nella poesia di Marisol appare come la naturale prosecuzione del suo corpo: “veo dormir a mis hijos/ pequeños guisantes blancos envueltos por la calma/ cíclica/ matemáticamente/ ensamblados al continente del cuerpo”.
C’è una identificazione, in questo libro, dell’autrice con un personaggio mitologico che allo stesso tempo rinnega: Arianna che appare come símbolo della donna dimessa appartenente al passato, ma che continua a lasciare traccia nella coscienza di molte: “ahora/ voy perdiendo el ansia de volar/ detesto mi reflejo/ inútil geometría en un pozo de mercurio (...) como Ariaghne/ pobre pobrecilla/ aguardando al amante/ que vendrá con sangre de toro en los puños/ ¡tantos siglos!/ y las mujeres seguimos quedándonos dormidas a la orilla del océano”.
Commovente, la presenza dei suoi figli lungo tutta l’opera (Marisol è la giovane mamma di tre bimbi in tenera età) e le scene da lei disegnate così nitidamente (la poeta è anche artista) ci ctapultano nella sua intimità cuotidiana, come quando la donna trova a terra una noce (“pequeña y sola autocontenida en su mundo sola”) facendoci percepire l’autoidentificazione di donna incinta con quell’oggetto naturale, e la salvifica e noncurante reazione del figlio che, ricevendo la noce in regalo, la rompe perterra regalandole a sua volta un ricordo: “se la he obsequiado a mi hijo/ él la estrella contra el suelo y dice te acuerdas mami/ cuando partíamos nueces/ en nuestra otra casa con un tubo rojo/ eran tan duras como ésta”. Il bimbo della poesia, così come i nostri figli, custode della memoria, è capace di mostrare il lato della vita che vale la pena di vivere, e ci allontana dalla tragedia, semplicemente continuando ad andare avanti con leggerezza.
Ma Arinna e i figli di Marisol non sono gli unici personaggi ch popolano il corpo-libro-casa dell’autrice. Ci sono alcuni riferimenti colti ai quali allude lungo l’opera (Eraclito, Yeats, Blake) e voglio qui menzionare Sor Juana Inés de la Cruz, ad esempio, celebre monaca mesicana del XVII secolo che si dedicò alla vita monastica per avere l’opportunità di studiare e non finire la sua vita in quell’altra gabbia che presupponeva, a quei tempi, la vita familiare di una donna. Marisol si dirige direttamente a Juana, “ínclita viajera de los sueños”: “quién sería / mi confesor en aquel claustro/ si hubiésemos dormido abrazadas el hábito”.
La chiocciola che Marisol porta addosso è una vertigine che tutto attrae e dal suo centro ulula: “yo/ soy un mapa un grito/ lluvia espiral que vuelve al centro de su sobresalto”.
È una donna che ha provato il sapote amaro della vita quella che scrive, e tuttavia continua a mordere quel latte avvelenato che alimenta la poesia “porque la realidad no existe es una mera palabra/ para cubrir esos incómodos huecos en el pensamiento/ dejados por dios al concluir su obra”. E l’opera della crittrice mexicana si concluye, invece, con il racconto (in forma di poesia e anche di opera teatrale) di quello che è lo straordinario, spaventoso e miracoloso momento di dare alla luce un altro essere umano: “no hay lluvia esta mañana/ sólo un ulular de vidrio en/ mi corazón/ largo pasillo donde las mujeres/ sangran/ como flores”. La poeta-donna deviene uno con la natura-creazione: “el graznido de los cuervos al zurcir el tiempo/ ese minuto insano y triste que devora/ un poema entre la hierba/ donde las mariposas sueñan que son Yo soñándolas” ed ancora, nel pezzo teatrale: “¿Es éste el rostro de una mujer encinta?/ Algo tiembla, aquí dentro, y no logro definir/ si es un grito o un anfibio.” Un libro scritto con graffi sulla pelle, questo di Marisol Vera Guerra, così affamato di verità, e così traboccante di amore per la vita.

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