martedì 22 settembre 2015

Recensione a “Ripio” di Rolando Revagliatti, Ediciones Recitador Argentino, Buenos Aires, 2014

La raccolta poetica di Rolando Revagliatti (Argentina, 1945) si apre con una voce presa direttamente dal dizionario, la parola ripio.
Ripio, è infatti il titolo di questo lavoro, e il vocabolario sembra essere stato citato apposta per chi, come me, non è madrelingua spagnolo, o più semplicemente per chi rischia di perdersi qualche sfumatura. Uno dei più famosi traduttori online traduce sbrigativamente il termine con “ghiaia” ma, ci avvisa il dizionario, questa voce può avere più di un significato: residuo che resta di una cosa; ciottolo, maceria che si usa per pavimentare; parola o frase inutile o superflua che si utilizza viziosamente al solo scopo di completare il verso, o dargli la consonanza o l'assonanza desiderata; gruppo di parole inutili o con le quali si esprimono cose vane o non sostanziali.

Già il titolo, insomma, sembra essere una chiara dichiarazione di poetica: i testi di Revagliatti, nati da un pugno rivoluzionario anticlassicista, possono essere esattamente come questo titolo, e avere quindi una doppia valenza: si può cogliere la poesia intrinseca a questo titolo residuale, e al contempo si può vedere il gioco inutile e superfluo che l'autore sa di celebrare.

Già dall'indice di questo libro capiamo che per Rolando essere rivoluzionario non significa ignorare i classici, ma al contrario conoscerli, invaderli, riscriverli, impossessarsene per poi ricrearsi lontano da loro. Ecco allora presenti all'appello poesie come “A Charles Dickens”, “Espectatores de 'Hernani' de Víctor Hugo” o “A Hernest Hemingway”.

La caratteristica più evidente di questa raccolta è quella di essere una grande riflessione sulla scrittura a 360 gradi, poiché Revagliatti non scrive solo poesia, ma anche prosa e teatro. Ecco allora che le sue poesie sono un continuo dialogo tra lui e il suo lettore (Gravitando en algún roce sobre ti / lector y malentretenido / logro socializar la varita / mágica del hada.”), nonché una riflessione ad alta voce tra lui e se stesso (La página recobra / unanimidad en el asco / recobra / un invento divino: / la anguila lánguida // Alquila bordes a los satélites / recobra entrañas: / ¿néctar o fuga?”).

Nella particolare contaminazione delle scritture concessa dall'autore, i personaggi entrano nel mondo poetico come proiezioni (Se infiltran en las pesadillas de tus personajes / unos que embadurnan con plumas fascistas del Ku-Klux-Klan / y sellan con sus orgías crucificantes / el colapso // Así como antes esos personajes / se infiltraron / en tus pesadillas.”), come anche gli appunti drammaturgici (“[...] Escenas opcionales: / por ejemplo con Elvira / la hermana mayor de Orlando / quien tuvo una hija: Nelly / aliándose con Margarita / la otra hermana mayor de Orlando / quien tuvo un hijo: Mario / en contra de Orlando / el hermano menor de Elvira y Margarita / quien también tuvo un hijo [...]”) o gli esercizi sulla prosa (come nella poesia “Les dejo este ejercicio y me lo traen para la próxima clase”).


Altra caratteristica fondamentale di questo testo è la continua riflessione sulla lingua, e sulla creazione della lingua. Rolando, infatti, sembra voler rivoluzionare anche il linguaggio, forgiare nuove parole ed espressioni forse più capaci di descrivere il mondo pur nella loro apparente stranezza (“ 'Sembrado de cadáveres' / ¿Puedo acuñar la expresión 'sembrado de cadáveres'? / No, no puedo acuñar 'sembrado de cadáveres' / porque ya está acuñada”).
Tale riflessione si sviluppa anche attraverso il ripio, ossia quel giocare vizioso ed inutile che sembra nascere solo per completare un verso. Da questo apparente ripio nascono dei giochi di parole interessanti come il verso “careo, caca y cacareo” o il titolo di una poesia, La novela no vela, ¿no?”.


Questo testo, continuo discorso letterario e poetico, assume i rischi di trascinare il lettore in un vortice di pensiero costante ed instancabile che può estraniare il lettore, come anche il suo stile rivoluzionario. Ma Revagliatti non ci aveva forse avvisati con il suo titolo non privo di sfumature?

(di Federica Volpe)

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