venerdì 22 marzo 2019

ALAIDE FOPPA

LO SMALTO SULL’ASSENZA 

Ci sono poeti la cui parola col passare del tempo si fa sempre più vivida e luminosa: tanto più la loro assenza si fa gravosa ed ineluttabile, tanto più la loro scrittura prende voce, vibra di una presenza che non può essere dimenticata. 
Le parole di Alaide Foppa hanno questo timbro e risuonano sempre più nitide proprio a causa del silenzio in cui sono state sepolte. 
Di lei non sappiamo più nulla dal 1980, da quando è desaparecida, svanita, dissolta nel nulla proprio per essere stata capace di esprimersi. 

Alaide Foppa, poeta, scrittrice, femminista, traduttrice, critica ed insegnante, nasce nel 1914 in Spagna, da madre guatemalteca e da padre argentino. 
Di formazione cosmopolita, vive tra Italia, Belgio, Argentina, fino a quando, nel 1943, prende la nazionalità guatemalteca. 
Fortemente impegnata nel sociale, partecipa alle campagne di alfabetizzazione ed è infermiera volontaria. 
Si sposa con Alfonso Solorzano, un intellettuale comunista che negli anni Cinquanta è membro di due governi in Guatemala. Nei tempi oscuri della dittatura, il Messico offrirà loro asilo politico. 
Adelaide Foppa ha cinque figli, ma questo non le impedisce di essere una donna emancipata ed impegnata, poeta, insegnante, traduce i sonetti di Michelangelo, è fondatrice della rivista Fem ed istituisce una cattedra di sociologia femminile all’Università di Città del Messico. 

Tra le sue opere poetiche ricordiamo: 

· El ave Fénix: Las palabras y el tiempo. España (1945). 
· Poesías. México (1945). 
· La sin ventura. México (1955). 
· Los dedos de mi mano. México (1958). 
· Aunque es de noche. México (1959). 
· Guirnalda de primavera. México (1970). 
· Elogio de mi cuerpo. México (1970). 
· Poesía. Guatemala: serviprensa centroamericana (1982). 

Il 1980 è un anno terribile per lei: muore uno dei suoi figli impegnato nella guerriglia guatemalteca e il marito rimane ucciso in un misterioso incidente stradale. 
Adelaide Foppa torna in Guatemala e scompare in questo stesso anno, a Città del Guatemala e nonostante molte persone abbiano assistito al sequestro, da allora di lei non si sa più nulla. 

La sua sparizione e il silenzio che la circonda sono una ferita ancora aperta. Dalla sua penna sgorga una poesia forte, intensa, consapevole della responsabilità del canto, un canto d’amore per un paese in cui molte donne e molti uomini sono stati cancellati nel corso di una guerra civile durata dal 1960 fino al 1996: trentasei anni in cui le forze governative del Guatemala hanno compiuto un vero e proprio genocidio nei confronti della popolazione Maya, violando i diritti umani dei civili, eliminando gli avversari politici, annientando sindacalisti, religiosi, giornalisti e bambini di strada. 

La sua opera poetica ci ricorda la responsabilità della parola nell’esprimere il dissenso davanti alla violenza perpetrata dalle forze cieche della violenza e della sopraffazione, la volontà di sciogliere un canto che oltrepassi ogni confine, per riconoscere l’appartenenza ad una dimensione autenticamente umana volta alla ricerca della conoscenza oltre ogni scacco ed ogni resa. 

Mujer 

Un ser que aún no 
Acaba de ser, 
No la remota rosa 
Angelical, 
Que los poetas cantaron. 
No la maldita bruja que 
Los inquisidores quemaron. 
No la temida y deseada 
Prostituta. 
No la madre bendita 
No la marchita y burlada 
Solterona. 
No la obligada a ser buena 
No la obligada a ser mala. 
No la que vive 
Porque la dejan vivir 
No la que debe siempre 
Decir que sí. 
Un ser que trata 
De saber quién es 
Y que empieza a existir. 

Lucia Guidorizzi 

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