domenica 14 aprile 2019

OLGA OROZCO

LA CARTOMANTE E L’ORACOLO

Poco sappiamo di lei, della sua biografia, delle sue vicende personali, ma conosciamo bene la sua poesia, i suoi versi profetici che si snodano come oracoli sibillini, carichi di fatalità e di mistero.
E’ come se la sua vita si fosse ritratta in un guscio d’ombra, lasciando invece risplendere la sua parola poetica.
Olga Orozco nasce nel 1920 a Toay (La Pampa, Argentina) da Carmelo Gugliotta, siciliano di Capo d’Orlando, ma sceglierà di adoperare nel mondo della poesia il cognome della madre, Cecilia Orozco).
Ancora bambina si trasferisce a Bahia Blanca, un luogo che per lei rimarrà sempre l’incantato Eden della memoria, dell’assenza e della nostalgia. Bahia Blanca verrà evocata spesso nei suoi versi come luogo di felicità e pienezza.
Il padre le fa conoscere i classici della letteratura italiana, Dante, Petrarca, Alfieri, ma Olga amerà tantissimo tutti i grandi della letteratura europea, San Giovanni della Croce, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Nerval, Rilke, Milosz e tanti altri.
Si laurea a Buenos Aires in Lettere e Filosofia e, pur non essendo ascrivibile al contesto surrealista della generazione poetica argentina degli anni Quaranta, la si può affiancare ad essa, per le sue conoscenze e frequentazioni.
Olga Orozco è poeta, scrittrice e giornalista e nel corso della sua vita riceve molti premi e riconoscimenti letterari tra cui il Gran Premio della Società Argentina degli Scrittori (1989), la Medaglia d’argento dell’Anno Machadiano all’Università di Torino (1989) e il Premio Juan Rulfo (1998).
La sua opera poetica, seducente e magnetica per la sua ricchezza linguistica, è tutta tesa a “fissare le vertigini”, “vedere l’invisibile” a ritrovare “le sillabe disperse di un codice perduto”.
Nei suoi versi compaiono molte presenze femminili ispirate alla leggendaria figura della nonna: vecchie sagge, sciamane, fattucchiere, straniere, vagabonde, il cui carisma enigmatico esercita un immenso potere di fascinazione, evocando il mondo arcaico della Pampa argentina.
La parola di Olga Orozco ha connotati seducenti, visionari, profetici e la sua voce scandisce i versi con una sonorità sacrale e magnetica.
Oltre alla poesia, si dedica allo studio dell’astrologia e della cartomanzia ed attraverso la lettura dei tarocchi si avventura nel mondo dell’occulto: come la Pizia, dialoga con l’invisibile, traendone auspici, cercando di esorcizzare la morte e i suoi fantasmi.
Nei suoi versi lunghi che fluiscono ininterrotti, si sgrana la visione ancestrale dell’Universo in un profetare continuo.
In questo perenne corpo a corpo con l’invisibile, affiorano le presenze delle grandi veggenti del mondo antico come Cassandra, la Sibilla Cumana, la Pizia stessa.
In lei la poesia si fa arcano e rivelazione, mistero ed epifania.

La sua opera:

Desde lejos (1946)
Las muertes (1952)
Los juegos peligrosos (1962)
La oscuridad es otro sol (1967)
Museo salvaje (1974)
Veintinueve poemas (1975)
Cantos a Berenice (1977)
Mutaciones de la realidad (1979)
La noche a la deriva (1984)
Páginas de Olga Orozco (1984) (Antología con prólogo de Cristina Piña)
En el revés del cielo (1987)
Con esta boca en este mundo (1994)
También la luz es un abismo (1995)
Relámpagos de lo invisible (1998) (Antología)
Eclipses y fulgores (1998) (Antología)
Últimos poemas (2009)
El jardín posible (2009) (Antología con prólogo de Marisa Negri)
Poesía Completa (2012) (Adriana Hidalgo Editora)

La sua poesia indaga sull’aspetto iniziatico dell’esistenza umana, ed il suo farsi veggente scandaglia le pieghe del divino, consapevole della sua dimensione segreta ed occulta, in cui Dio stesso si fa presenza di un’assenza.
Olga Orozco muore a 79 anni, a Buenos Aires, in seguito ad un attacco cardiaco, ma l’eco dei suoi versi risuona ancora, profetico ed oracolare, tra le pagine più alte della poesia ispanoamericana.

En el final era el verbo

Como si fueran sombras de sombras que se alejan las palabras,
humaredas errantes exhaladas por la boca del viento,
así se me dispersan, se me pierden de vista contra las puertas del silencio.
Son menos que las últimas borras de un color, que un suspiro en la hierba;
fantasmas que ni siquiera se asemejan al reflejo que fueron.
Entonces ¿no habrá nada que se mantenga en su lugar,
nada que se confunda con su nombre desde la piel hasta los huesos?
Y yo que me cobijaba en las palabras como en los pliegues de la revelación
o que fundaba mundos de visiones sin fondo
para sustituir los jardines del edén sobre las piedras del vocablo.
¿Y no he intentado acaso pronunciar hacia atrás todos los alfabetos de la muerte?
¿No era ese tu triunfo en las tinieblas, poesía?
Cada palabra a imagen de otra luz, a semejanza de otro abismo,
cada una con su cortejo de constelaciones, con su nido de víboras,
pero dispuesta a tejer ya destejer desde su propio costado el universo
y a prescindir de mí hasta el último nudo.
Extensiones sin límites plegadas bajo el signo de un ala,
urdimbres como andrajos para dejar pasar el soplo alucinante de los dioses,
reversos donde el misterio se desnuda,
donde arroja uno a uno los sucesivos velos, los sucesivos nombres,
sin alcanzar jamás el corazón cerrado de la rosa.
Yo velaba incrustada en el ardiente hielo, en la hoguera escarchada,
traduciendo relámpagos, desenhebrando dinastías de voces,
bajo un código tan indescifrable como el de las estrellas o el de las hormigas.
Miraba las palabras al trasluz.
Veía desfilar sus oscuras progenies hasta el final del verbo.
Quería descubrir a Dios por transparencia.

Lucia Guidorizzi

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